La scuola spiegata a Dibba

Redazione

Al primo posto della classifica dei partiti che le sparano più grosse in campagna elettorale non è raro trovare il Movimento 5 stelle. Il partito del fuoricorso Luigi Di Maio non fa eccezione nemmeno sulla scuola: pochi giorni fa, parlando di quello che il suo partito ha intenzione di fare sull’istruzione una volta al governo, il leader grillino (non candidato) Alessandro Di Battista è stato netto: “Vogliamo cancellare qualsiasi forma di finanziamento pubblico alle scuole private e alle scuole paritarie”, ha detto. Poi, con uno slancio degno di un sindacalista degli anni Settanta, ha aggiunto: “Vogliamo finanziare solo la scuola pubblica. Se vuoi andare alla scuola privata, paghi”.

 

In campagna elettorale si tende a essere indulgenti, sapendo che per qualche voto in più i partiti tendono a sfidare anche le leggi della fisica. Sull’argomento scuola, però, conviene fare un rapido ripasso a Dibba e compagni. Grazie alle scuole paritarie oggi lo stato italiano risparmia circa 6 miliardi all’anno: per fare un esempio, uno studente delle superiori che frequenta una scuola statale costa alla collettività oltre 8 mila euro, un suo compagno che va in una paritaria meno di 100 euro. Senza i (pochissimi) soldi che lo stato dà alle scuole paritarie – che, va ricordato, forniscono un servizio pubblico – la maggior parte di esse chiuderebbe, riversando così centinaia di migliaia di studenti nelle strutture statali, con la conseguenza di mandare queste ultime al collasso e aumentare enormemente le spese. La soluzione per salvare la scuola italiana dall’implosione c’è, e non è la ricetta demagogica di Dibba: basterebbe applicare il costo standard per tutti gli studenti italiani. Ognuno così potrebbe scegliere dove iscrivere i propri figli, permettendo allo stato di risparmiare e lasciando vera libertà di educazione. Forse troppo, per il partito della democrazia diretta da qualcun altro.

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