Scienza
cattivi scienziati •
Sorpresa. Quando l'uomo scompare, la natura può impoverirsi
Dalle Alpi ai paesaggi rurali giapponesi, l’abbandono di pascoli e pratiche tradizionali può mettere a rischio habitat e specie. La biodiversità non sempre prospera senza l’uomo: talvolta, per conservarla, occorre continuare a prendersi cura del territorio
5 NOV 26

Per decenni, una delle convinzioni più diffuse nell'ambientalismo è stata che la natura stia tanto meglio quanto meno gli esseri umani interferiscono con essa. L'immagine conseguente è familiare: un villaggio abbandonato, i campi che si coprono di alberi, gli animali selvatici che ritornano. Un articolo di Emma Marris pubblicato il 4 novembre su Nature, dedicato agli effetti della scomparsa degli abitanti dagli ambienti rurali, invita a considerare una possibilità scomoda: in certi luoghi, l'assenza dell'uomo impoverisce la biodiversità.
Per capire perché, basta osservare un prato di montagna. Molti prati europei che oggi consideriamo paesaggi naturali esistono nella forma attuale perché, per secoli, qualcuno vi ha portato a pascolare gli animali o ha tagliato l'erba. Il pascolo limita la crescita degli arbusti; lo sfalcio impedisce a poche piante più competitive di prevalere sulle altre. Ne deriva un ambiente aperto nel quale possono convivere numerose specie di fiori, insetti e uccelli, spesso con esigenze ecologiche assai precise. Quando queste attività cessano, inizia la successione ecologica: gli arbusti si espandono, gli alberi conquistano il terreno e l'ombra elimina progressivamente molte specie dei prati. Il bosco che si forma può ospitare altra vita, mentre le specie legate agli spazi aperti perdono il proprio habitat.
Questo fenomeno si può misurare. In sette aree protette della Repubblica Ceca, un gruppo di ricercatori ha confrontato fotografie aeree storiche e recenti con i dati sulla presenza di farfalle e falene. Con l'espansione della copertura forestale e la scomparsa degli ambienti aperti, le riserve hanno registrato mediamente la perdita del 26 per cento delle specie di farfalle e del 19 per cento di quelle di falene precedentemente documentate. Il risultato riguarda territori già protetti: la designazione come riserva non ha impedito una trasformazione ecologica dannosa per una parte della fauna.
Il problema interessa direttamente l'Italia. Nelle vallate alpine e nelle aree interne appenniniche, l'abbandono delle pratiche agropastorali favorisce l'avanzata del bosco e la chiusura dei prati. Uno studio del 2026 sui prati aridi della Val di Susa ha ricostruito proprio questo processo, mostrando quanto la biodiversità attuale dipenda dalla precedente estensione dei pascoli e dalla storia del loro utilizzo. Anche l'Agenzia europea dell'ambiente riconosce l'abbandono dei prati ricchi di specie come una delle minacce per le farfalle specializzate. Il suo indicatore delle farfalle dei prati è diminuito del 47 per cento nell'Unione europea tra il 1991 e il 2024, per l'effetto combinato di intensificazione agricola, perdita degli habitat, abbandono e altri fattori. Il dato dipende da più cause, ma rende evidente la fragilità di quegli ecosistemi. Un documento della Commissione europea del 2026 stima che un terzo degli habitat di interesse comunitario richieda una gestione agricola attiva, soprattutto il pascolo estensivo.
La stessa logica opera in un paesaggio assai diverso, quello dei satoyama giapponesi. Sono mosaici di risaie, piccoli boschi utilizzati tradizionalmente, stagni e prati, mantenuti per generazioni dal lavoro delle comunità rurali. La loro varietà di ambienti ospita specie che dipendono da operazioni umane periodiche, come l'irrigazione delle risaie o il taglio della vegetazione. L'invecchiamento della popolazione agricola e l'abbandono delle terre stanno compromettendo questi equilibri, tanto che l'OCSE ne ha segnalato il declino nel suo esame ambientale del Giappone del 2025.
Gli effetti dell'abbandono dipendono dalla storia del territorio. Dove l'agricoltura ha sostituito foreste originarie, la rigenerazione spontanea può restituire habitat preziosi. Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Sustainability, che ha esaminato 1.322 specie di uccelli e mammiferi in undici aree di quattro continenti, ha stimato che l'abbandono dei coltivi abbia aumentato l'habitat disponibile per il 62,7 per cento degli uccelli e il 77,7 per cento dei mammiferi considerati. È una prova importante del fatto che lasciare spazio alla rigenerazione può funzionare. I prati seminaturali europei e le risaie tradizionali del Giappone raccontano un'altra parte della storia: dove intere comunità biologiche si sono sviluppate insieme a pratiche umane durevoli, interromperle significa cambiare le condizioni da cui quelle comunità dipendono.
La questione politica, allora, è tutt'altro che marginale. Se un territorio conserva la propria ricchezza biologica grazie allo sfalcio, al pascolo estensivo o alla manutenzione di piccoli sistemi idrici, chi custodisce queste attività svolge anche una funzione di conservazione. Una politica che finanzi soltanto l'acquisto di terreni da sottrarre all'uso umano può fallire proprio dove si propone di proteggere la natura. In certi paesaggi è necessario sostenere economicamente chi continua ad abitarli e a gestirli, riconoscendo il valore ecologico di pratiche che il mercato, da solo, non remunera. Ciò richiede di distinguere l'agricoltura intensiva, spesso responsabile di gravi perdite di biodiversità, dalla gestione estensiva che mantiene habitat preziosi.
L'errore di fondo sta nell'immaginare un unico rapporto possibile tra esseri umani e natura, sempre espresso come quantità di disturbo. La biologia richiede di chiedersi quali specie vivano in un luogo, quali processi ne permettano la persistenza e che cosa accada quando quei processi cambiano. In molte regioni del mondo anche gli esseri umani sono diventati, nel corso di secoli o millenni, parte della storia ecologica del paesaggio. La loro sparizione può essere una liberazione per alcune specie e una catastrofe per altre. Conservare la biodiversità esige di conoscere questa storia, anche quando costringe a riconoscere che la presenza umana può essere una condizione della sua sopravvivenza.