La commissione Covid e il processo alla scienza

Al Senato il capogruppo di Fratelli d'Italia Buonguerrieri e il leghista Claudio Borghi indicano la direzione dell’inchiesta: riabilitare i contestatori delle politiche sanitarie e sperare in conseguenze giudiziarie per chi le sostenne. Un verdetto ideologico in cerca di prove

30 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:33
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Indagare sul passato o riscriverlo? Alla giornata per le vittime dei vaccini ospitata al Senato su iniziativa del leghista Claudio Borghi, gli interventi di Alice Buonguerrieri e dello stesso Borghi suggeriscono la seconda ipotesi. E dicono molto della direzione che una parte della maggioranza vuole dare alla commissione d’inchiesta sul Covid.
Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione, ha rivendicato la norma che consente a taluni sanitari radiati di chiedere la reiscrizione all’albo, presentandola come la fine di una “caccia alle streghe” contro medici che “hanno salvato vite umane”. E l’ha legata al lavoro della commissione, chiamata a far emergere “tutta la verità”. Ma la norma, che sta facendo discutere, non prevede un reintegro generalizzato: fissa condizioni precise, legate ai fatti contestati e alle circostanze dell’emergenza, e si limita ad aprire la strada a una richiesta alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, da valutare caso per caso. Il testo ha superato il primo passaggio alla Camera, deve ancora essere approvato dal Senato e non prevede alcun indennizzo. Trasformarla nella riabilitazione di chi si oppose alle indicazioni ufficiali le attribuisce un significato che il testo non contiene. Serve però a ingraziarsi il mondo no vax. È la pandemia riletta con la lente no vax, con Fratelli d’Italia e Lega in prima fila e Forza Italia più defilata.
A essere celebrati come eroi sono così i contestatori dei vaccini e i promotori di opinabili cure domiciliari, non chi, nell’incertezza di quei mesi, lavorava sulle evidenze disponibili aggiornandole con il procedere della ricerca.
Borghi è stato più esplicito. A chi domanda a che serva la commissione se nessuno finisce in carcere, ha risposto che mandarli dentro, “purtroppo”, non spetta ai parlamentari, ma che se un magistrato vorrà procedere, tanto meglio. L’accertamento parlamentare diventa la premessa, per non dire la speranza, di una punizione giudiziaria.
La commissione ha il diritto e il dovere di verificare le decisioni prese, individuare errori e responsabilità. Il problema è un’indagine che parte da un verdetto già scritto: non capire come le istituzioni affrontarono un’emergenza senza precedenti, ma dimostrare che le politiche sanitarie erano sbagliate e che chi le contestava aveva ragione. 
Ne è prova la persistenza dello slogan “tachipirina e vigile attesa”, ribadito anche ieri: formula efficace quanto fuorviante, caricatura di indicazioni ministeriali ben più articolate. Ma le circolari si leggono meno dei post, e una semplificazione ripetuta abbastanza a lungo diventa verità percepita, rendendo superflua ogni verifica.
Il rapporto tra politica e scienza continua a essere burrascoso. La scienza non produce verità immutabili: le ipotesi si correggono, le terapie si aggiornano. Ma da questo non discende che ogni decisione passata sia indifendibile perché contestabile. Le scelte si giudicano con le conoscenze disponibili quando furono prese. Nel novembre 2020 si decideva sulle migliori evidenze del momento; l’arrivo di monoclonali e antivirali ha ampliato le cure, ma non dimostra che le raccomandazioni precedenti fossero sbagliate. Il fallibilismo ammette l’errore, non cancella la differenza tra conoscenze sostenute da evidenze di un determinato periodo e congetture senza riscontri. 
Il rischio, dunque, non è che la commissione indaghi, ma che usi l’inchiesta per trasformare una controversia scientifica in un processo agli avversari: un verdetto ideologico in cerca di prove, cioè il contrario della verità che sostiene di cercare. Si punta a istituzionalizzare l’antiscienza riscrivendo la storia secondo un metro di giudizio di parte.