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Allucinogeni buoni •
Rinascita psichedelica: un antidoto agli effetti collaterali della chemioterapia. Su Science
Una sostanza contenuta nei funghi allucinogeni potrebbe aiutare a evitare uno degli effetti più dolorosi della chemioterapia: il danno ai nervi che provoca formicolii, dolore e perdita di sensibilità. La scoperta riaccende l’interesse scientifico per gli psichedelici
8 OTT 26

Foto via Getty Images
A settembre, Science ha pubblicato i risultati di una ricerca che ha mostrato come la somministrazione di psilocibina – la sostanza presente nei funghi allucinogeni – potrebbe prevenire il danno alle fibre nervose causato dai farmaci chemioterapici. Lo studio ha combinato esperimenti su topi con analisi su cellule e tessuti nervosi, sia umani sia animali. La scoperta è rilevante perché la chemioterapia è un trattamento salvavita, che a volte è necessario ridurre o al quale si decide di rinunciare perché può causare neuropatia periferica, vale a dire dolore e alterazione della sensibilità tattile agli arti. Ciò che si è osservato è che la psilocibina agisce sui recettori della serotonina, preservando la funzione dei mitocondri (le centrali energetiche delle cellule) ed evitando così il deterioramento delle fibre nervose, quindi, in ultima analisi, i sintomi della neuropatia periferica.
Anche se questa scoperta non ha nulla a che fare con le caratteristiche psichedeliche della psilocibina, quindi con gli effetti allucinatori che si sperimentano assumendo i funghi allucinogeni, ci parla comunque della riabilitazione che le sostanze psicoattive stanno vivendo da una ventina d’anni a questa parte. Cioè di quella che viene generalmente definita “rinascita psichedelica”. Non a caso, in Australia, dal 2023, è possibile, per psichiatri specificamente autorizzati, prescrivere psilocibina alle persone con una diagnosi di depressione resistente ai farmaci. Ma cosa accade al cervello quando si assume psilocibina? Se lo è chiesto nel 2012 un gruppo di ricercatori guidati da Carhart-Harris, professore presso l’Imperial College di Londra. In questo lavoro, i ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per osservare come rispondesse il cervello all’assunzione di psilocibina. I risultati mostravano che i livelli di attivazione cerebrale si abbassavano decisamente, anche se fino ad allora era comunemente ipotizzato che le sostanze psichedeliche agissero aumentando l’attività neurale.
Il fatto che i livelli di attività si riducessero nelle aree cerebrali deputate alla regolazione emotiva e al processo decisionale, come la corteccia cingolata anteriore, ha fatto ipotizzare che la psilocibina agisca come una sorta di “valvola di riduzione”, come uno strumento di disattivazione delle griglie personali utilizzate per sperimentare e interpretare il mondo, “consentendo uno stato di cognizione non vincolata”. Come dire, velo di Maya, adieu! Infatti, gli autori sottolineano che le persone che soffrono di depressione presentano un eccesso di attività nella corteccia prefrontale ventromediale, che si manifesta con rigidità e pessimismo, nonché con una tendenza a entrare in stati d’animo negativi. E, secondo i risultati ottenuti nella loro ricerca, è proprio questo eccesso di attività che la psilocibina andrebbe a silenziare. Seppure non sia tutto oro quel che luccica, i risultati degli studi condotti in questi anni di “rinascita psichedelica” sembrano incoraggianti.