Scienza
Cattivi Scienziati •
Il riesame dell’azione di Fauci è necessario, ma non può trasformarsi in un processo popolare
Occorre attribuire a ciascun soggetto ciò che realmente decise e distinguere l’errore dall’inganno. Una scienza pubblica in cui ogni revisione viene trasformata in una colpa finirà per difendere le proprie prime affermazioni anche quando l’evidenza avrà cominciato a smentirle
4 SET 26

Foto ANSA
Anthony Fauci è tornato a parlare in pubblico e, leggendo la lunga intervista riportata da Science, colpisce soprattutto la distanza fra il carattere ordinario di molte cose che dice e il significato politico che quelle stesse cose hanno acquistato negli Stati Uniti del 2026. Quando ricorda che i vaccini a mRNA hanno un profilo di sicurezza ampiamente documentato, che il calendario vaccinale pediatrico non sovraccarica il sistema immunitario o che l’origine zoonotica di SARS-CoV-2 dispone oggi di un sostegno empirico maggiore rispetto all’ipotesi di un incidente di laboratorio, Fauci non sta proponendo tesi eccentriche né particolarmente nuove. Sta riportando nel dibattito pubblico conclusioni che appartengono da tempo alla normale discussione scientifica e che, nel frattempo, sono diventate materia di scontro politico ai massimi livelli dell’amministrazione americana.
Il cambiamento si misura facilmente guardando a chi occupa oggi quei livelli. Robert F. Kennedy Jr. dirige il Dipartimento della Salute dopo avere definito quello contro Covid “the deadliest vaccine ever made”, Donald Trump ha portato gli Stati Uniti fuori dall’Organizzazione mondiale della sanità e ha ridotto profondamente la presenza americana nella salute globale, mentre Rand Paul continua a trattare la vicenda dell’origine della pandemia come un possibile caso penale nel quale Fauci dovrebbe rispondere personalmente. La recente audizione al Senato, durante la quale Fauci si è avvalso ripetutamente del Quinto emendamento, si inserisce nella stessa dinamica. A sei anni dall’inizio di Covid, il dissenso su come furono prese certe decisioni convive ormai con una trasformazione più profonda: l’incertezza scientifica accumulata durante la crisi viene riletta sempre più spesso attraverso categorie di responsabilità personale e di colpa.
Il ritorno di Fauci riapre quella discussione perché la sua intervista non riguarda soltanto le accuse rivolte alla sua persona, ma il modo in cui le istituzioni scientifiche e politiche presero decisioni mentre le informazioni sulla pandemia erano ancora incomplete.
Una pandemia costringe a decidere mentre la conoscenza è incompleta, e l’intervista di Fauci riporta al centro questa difficoltà perché molte delle accuse rivolte oggi alla gestione di Covid trattano come prove di incompetenza o malafede decisioni che furono prese quando i dati erano ancora parziali. Nel gennaio 2020 mancavano informazioni fondamentali sulla trasmissione del nuovo coronavirus, non esistevano vaccini né terapie specifiche e persino le stime della letalità dipendevano da denominatori ancora incerti; nei mesi successivi si accumularono conoscenze sulla trasmissione asintomatica, sugli aerosol, sull’efficacia delle mascherine, sulla durata dell’immunità e infine sulla capacità dei vaccini di prevenire forme diverse della malattia e sulla comparsa di nuove varianti. In un quadro simile, la qualità della risposta scientifica dipendeva anche dalla rapidità con cui le raccomandazioni venivano corrette quando i dati cambiavano.
Fauci insiste proprio su questo punto quando ricorda che la scienza raccoglie l’informazione disponibile in un certo momento e modifica le proprie conclusioni man mano che quell’informazione cresce. È una definizione elementare del metodo scientifico, resa però politicamente esplosiva da una memoria della pandemia nella quale il cambiamento di una raccomandazione viene facilmente interpretato come prova che la precedente fosse falsa in senso fraudolento, mentre un errore di previsione può diventare un indizio di incompetenza o di malafede. Una ricostruzione seria dovrebbe invece stabilire quale evidenza fosse disponibile quando una decisione fu presa, quali alternative fossero realisticamente considerate e quando nuovi dati avrebbero dovuto modificarne il corso, perché soltanto questa cronologia permette di distinguere una scelta ragionevole che si rivela sbagliata da una scelta che ignorava già allora informazioni sufficienti per evitarla.
È anche il punto sul quale Fauci dovrebbe spingersi più avanti. Quando dice che, guardando indietro, “I’m not sure we would change much”, comprime sotto una sola formula anni diversi della pandemia e decisioni prese da soggetti che disponevano di poteri molto differenti. Sarebbe assai più utile sapere quali scelte considera ancora giustificate alla luce delle informazioni disponibili nel momento in cui furono compiute, in quali casi ritiene che l’aggiornamento sia arrivato troppo lentamente e dove riconosce errori nel modo in cui rischi e incertezze furono comunicati al pubblico. Una discussione del genere renderebbe possibile una vera autocritica scientifica, che ha senso proprio quando riesce a localizzare l’errore e a ricostruirne le condizioni senza trasformarlo automaticamente in una confessione.
La vicenda dell’origine di SARS-CoV-2 mostra quanto questa distinzione sia tuttavia diventata difficile. Fauci continua a considerare possibile un incidente di laboratorio e osserva che i dati disponibili non permettono di presentarlo come origine accertata del virus, posizione che coincide sostanzialmente con quella raggiunta dal gruppo SAGO dell’OMS, secondo cui il peso delle evidenze favorisce lo spillover zoonotico mentre l’incompletezza delle informazioni provenienti dalla Cina lascia aperti altri scenari. In una normale controversia scientifica, la persistenza dell’incertezza dovrebbe tradursi nella richiesta di nuovi dati e in una graduazione delle ipotesi proporzionata al sostegno empirico disponibile. Nel dibattito politico americano l’opacità cinese è stata invece spesso incorporata direttamente nella spiegazione, fino a far sì che la mancanza delle informazioni necessarie per dimostrare una fuga di laboratorio venga utilizzata come una delle ragioni per considerarla plausibile o persino probabile.
Fauci ha finito così per concentrare sulla propria persona questioni che appartenevano a livelli diversi della risposta pandemica. La sua influenza pubblica fu enorme e la sua presenza mediatica continua contribuì a identificarlo con l’intero apparato sanitario federale, mentre il potere di chiudere scuole, attività economiche e spazi pubblici apparteneva in larga misura a governatori, amministrazioni locali e altre autorità. Con il passare degli anni questa distinzione si è consumata nella memoria collettiva, fino a rendere comprensibile la caricatura che lui stesso propone nell’intervista quando dice: “I created the virus. I shut the schools. I did everything”. La battuta funziona perché riassume un processo reale di concentrazione retrospettiva della responsabilità, nel quale una figura particolarmente visibile finisce per diventare il luogo simbolico nel quale confluiscono decisioni e fallimenti molto più distribuiti.
Una volta che il giudizio assume questa forma, l’evidenza perde progressivamente la capacità di modificarlo. Un documento può essere assorbito nella storia già costruita, una correzione può diventare una nuova conferma del sospetto e ciò che non è documentato può essere spiegato attraverso l’ipotesi dell’occultamento. È il passaggio nel quale una controversia scientifica smette di avere vere condizioni di revisione, perché ogni possibile risultato viene reinterpretato in modo compatibile con la conclusione iniziale. A quel punto diventa difficile persino imparare dagli errori reali della pandemia, che esistono e meritano di essere studiati, perché un errore utile alla conoscenza richiede sempre la possibilità di stabilire che cosa avrebbe potuto evitarlo.
La ricomparsa di Fauci avviene mentre questa trasformazione ha ormai raggiunto le istituzioni federali. Il segretario alla Salute può descrivere i vaccini contro Covid come eccezionalmente letali nonostante la mole di dati accumulata sulla loro sicurezza, l’amministrazione Trump ha abbandonato l’OMS e ridotto la presenza americana nelle reti internazionali di sorveglianza proprio mentre nuove epidemie continuano a mostrare quanto conti riconoscere rapidamente un focolaio, e la discussione ancora necessaria sugli errori compiuti durante Covid si svolge dentro un sistema che sta indebolendo alcuni degli strumenti attraverso i quali quegli errori potrebbero essere identificati e corretti.
Per questo il riesame dell’azione di Fauci rimane necessario, ma non può trasformarsi in un processo popolare nel quale la politica e l’opinione pubblica assumono il ruolo di un tribunale chiamato a pronunciare una condanna. La discussione deve invece svolgersi secondo i criteri della scienza: occorre attribuire a ciascun soggetto ciò che realmente decise, ricostruire l’informazione disponibile nel momento in cui quella decisione fu presa e distinguere l’errore dall’inganno. Il suo scopo non è stabilire un colpevole da esibire, bensì capire che cosa accadde, quali decisioni furono ragionevoli alla luce dei dati allora disponibili e quali avrebbero potuto essere diverse, così da imparare prima della prossima emergenza. La responsabilità degli esperti e la possibilità per la conoscenza di cambiare insieme ai dati fanno parte dello stesso sistema di controllo: una scienza pubblica nella quale ogni revisione venga trasformata retrospettivamente in una colpa finirà per difendere le proprie prime affermazioni anche quando l’evidenza avrà cominciato a smentirle.
La prossima epidemia arriverà ancora con dati incompleti e decisioni da prendere prima che tutte le conseguenze siano conoscibili. La qualità della risposta dipenderà allora anche dalla capacità delle istituzioni di riconoscere rapidamente ciò che non funziona e di correggerlo senza che ogni cambiamento venga immediatamente convertito nella prova di una colpa precedente. Dopo una pandemia nella quale abbiamo imparato quasi tutto mentre l’evento era già in corso, sarebbe un esito particolarmente pericoloso costruire un sistema nel quale conservare un errore diventa più conveniente che correggerlo.
