Dentro la base antartica che prepara gli uomini allo spazio

Nove mesi di isolamento in Antartide per imparare a vivere in condizioni estreme e preparare le future missioni spaziali: è il progetto curato dall'Enea per l’Ipev francese e il Pnra italiano. "Il benessere psicologico delle persone è fondamentale per il successo delle missioni", ci dice la responsabile Denise Ferravante

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16 APR 26
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La stazione antartica Concordia. © foto Ansa

In una base italo-francese in Antartide, a 3200 metri, c'è un gruppo di tredici persone tra ricercatori ed esperti logistici che per almeno nove mesi non può fare ritorno a casa e sopporta temperature che nei periodi più duri toccano i -80 gradi. Sembra l’inizio di un film e invece è la missione che si svolge nella base Concordia, gestita dall’Ipev francese (Institut polaire français Paul-Émile Victor) e dal Pnra italiano (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), per conto dei quali Enea – l'agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile – cura la parte logistica e operativa, ma non solo. "A Concordia, vengono implementati progetti di ricerca dell'Agenzia Spaziale Europea che studiano come l'essere umano si adatta agli ambienti estremi, affinché si possano adottare contromisure per mitigare gli effetti psicologici dell'isolamento e confinamento che caratterizzano le missioni spaziali di lunga durata", racconta al Foglio Denise Giuliana Ferravante, psicologa e ricercatrice Enea, responsabile per il Pnra del supporto psicologico del team.
L’aspetto da sottolineare è che quando il mondo segue in diretta il lancio di un razzo, o il suo ritorno – come accaduto nella recente missione lunare Artemis II – si pone l’accento sulla prospettiva scientifica della spedizione. Si tratta certamente di un aspetto affascinante, ma parte delle ricerche condotte nella base Concordia raccontano invece quanto siano centrali anche le dinamiche umane quando si ha davanti a sé una lunga permanenza in un luogo isolato, caratterizzato da vari stressors fra i quali una certa monotonia e routine.
"Il benessere psicologico delle persone è fondamentale per il successo delle missioni e per svolgere le attività in armonia ed equilibrio", dice Ferravante. Le condizioni di difficoltà e di stress che si vivono nella base sono simili a quelle che affrontano gli astronauti e sono finalizzate alla raccolta dei dati per poter migliorare in seguito la loro preparazione. “Dalle evidenze che emergono dai nostri studi, si cerca poi di adottare delle contromisure per gli effetti negativi che la situazione produce”. D’altronde non è un eufemismo parlare di condizioni estreme. “A una altitudine del genere, con temperature glaciali e quattro mesi di buio, le conseguenze psico-fisiche possono essere importanti. Generalmente l’uomo non vive in uno stato del genere, dunque ci possono essere ricadute sul sonno, sull’umore, sull’irritabilità e sul nervosismo”. In questo senso, le dichiarazioni degli astronauti che hanno partecipato alla missione Artemis II sono esplicative. Nella conferenza stampa dopo il loro ritorno, hanno tutti sottolineato lo spirito di gruppo che ha favorito il buon andamento dei lavori, nonostante la spedizione sia durata solo qualche giorno. “Ci sono problemi che nella vita quotidiana si superano facilmente, mentre in questi ambienti al limite ci può essere la possibilità che tutto venga ampliato e a lungo quei piccoli problemi vengono amplificati".
Proprio per questo, il personale scelto per vivere nove mesi in isolamento non è selezionato a caso. “Vengono svolti dei controlli medici e psicologici approfonditi che fa l’istituto di Medicina Aerospaziale, bisogna essere pronti fisicamente e mentalmente”. E le competenze del team? "La squadra è composta da ricercatori e da esperti in materia tecnica-logistica che si occupano della manutenzione e della gestione della base, dalla parte elettronica a quella idraulica, dato che ogni anomalia è un attentato alla vita del team. Sono presenti anche un cuoco e due medici, di cui uno Esa che conduce gli esperimenti di biomedicina. Tra i ricercatori, invece, c’è un astrofisico, due glaciologi e un fisico dell’atmosfera”. All'interno del team, ognuno ha un ruolo e compiti bene definiti, ci spiega Ferravante. Dai glaciologi che prelevano campioni di ghiaccio quotidianamente al lavoro dell’astrofisico nell’osservatorio. Per tutta questa fatica, infine, sembra esserci una ricompensa. “Sebbene alcuni membri non debbano uscire dalla base – ci spiega la psicologa – la vista di cieli stellati unici al mondo e di aurore australi mozzafiato spinge l'intero team a sfidare le temperature proibitive, pur di ammirare a occhio nudo lo spettacolo della natura”.