La NASA ha riattivato Voyager 1. Una sonda è per sempre

Paolo Galati

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A questo punto possiamo dirlo. Il famoso slogan “Un diamante è per sempre” vacilla di fronte alla storia d’amore tra la NASA e la sonda Voyager 1. Forse sarebbe meglio dire: “Una sonda è per sempre”. Una storia d’amore con alti e bassi cosmici ma pur sempre dal fascino irresistibile. La sonda Voyager 1 è l’oggetto più lontano in assoluto che sia mai stato costruito dall’uomo. Lanciata il 5 settembre 1977 da Cape Canaveral – nell’epoca d’oro dell’esplorazione spaziale – ha visitato (assieme alla sua gemella Voyager 2) i pianeti giganti del sistema solare mandandoci foto ad alta risoluzione di Saturno, di Giove, di Urano e di Nettuno: un’intera generazione di fisici ha studiato dati provenienti da questi instancabili esploratori muniti di antenne gigantesche.

  

 

Poi le batterie nucleari, il tempo e i raggi cosmici fanno il resto: le sonde non sono immortali. E i motori principali anche. Ma quello che è impossibile a volte può accadere. Dai, ora non è per fare polemica, ma abbiamo tutti un parente che abbia detto almeno una volta: “ai miei tempi le cose duravano di più”. E noi dell’epoca d’oro delle app di messaggistica istantanea possiamo dirlo: “la sonda Voyager 1 ha visualizzato e ha risposto”, dopo 37 anni. La doppia spunta blu è arrivata dopo un viaggio di 21 miliardi di chilometri, 140 volte la distanza terra-sole.

 

 

Partiamo dall’inizio: i propulsori primari che controllano l’assetto della sonda sono fuori uso da tempo. No propulsori no party. Questo perché l’antenna deve essere allineata con la Terra per stabilire un contatto e i propulsori sono necessari per le manovre di allineamento. La sonda ha una potenza di 23 watt (10 volte quella di un cellulare): capite bene che con un segnale così debole la terra e la sonda devono almeno guardarsi perché poi il resto lo devono fare le antenne terrestri (e la frequenza del segnale non deve subire interferenze). Ma, ogni missione che si rispetti ha il suo piano B (backup plan) e agli scienziati della NASA viene in mente di utilizzare dei propulsori secondari (di correzione manovra) spenti dal 1980. 37 anni di inattività.

 

E qui viene il bello. Perché la Voyager 1 è stata concepita nell’epoca dei floppy disk, i dischetti del PC insomma. E il codice software è ormai obsoleto. Numerosi tecnici della NASA con l’aiuto di ex colleghi in pensione hanno dovuto riscrivere buona parte del software di bordo – come in un film – cercando di ripristinare i segnali di accensione: hanno tentato l’improbabile. Il 28 novembre scorso hanno spedito il segnale e la risposta si è fatta attendere per forza di cose; non si può andare più veloce della luce, per cui mandare un segnale e aspettarne la risposta vuol dire attendere 38 ore. E così è stato.

 

L’attesa trepidante non è stata vana: i propulsori si sono attivati correttamente. Entro il 2030 la sonda non avrà più un filo di energia nelle batterie al Plutonio-238, il massimo della tecnologia per l’epoca. Purtroppo il combustibile nucleare va verso l’esaurimento. E dopo? Cosa succederà? Dopo sarà solo una fredda monotonia nello spazio interstellare: grosso modo si calcola che alla velocità attuale di 60 000 km/h tra circa 40000 anni avrà un appuntamento con la stella “AC+793888” che si trova a 17 anni luce dalla terra. E se per caso incontrasse una qualche forma di vita – un minimo intelligente – la sonda contiene un “message in a bottle”: un disco d’oro da grammofono (era il 1977!!) con immagini, musica (Bach, Beethoven, Mozart, Jhonny B. Goode di Chuck Berry) e un saluto in 55 lingue diverse, anche l’italiano – al minuto 1.54 – “tanti auguri e saluti”. Il disco d’oro della sonda ha ovviamente un valore simbolico anche perché dubito fortemente la sonda possa essere intercettata da forme di vita aliene. Ma in quel Voyager 1 c’è ognuno di noi: c’è il bambino che è curioso fin da piccolo e c’è l’uomo che sarà sempre alla ricerca di un nuovo mondo.

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