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La memoria di Mazzola calpestata dai tifosi e la lealtà di Schwazer in dubbio
Rivalità e contesa non fanno venire meno il rispetto dell’avversario, che dà pregio a ogni vittoria. E quando un campione delude, è la fiducia di chi lo ha ammirato a essere messa alla prova. Storie di sport all’insegna del rispetto e della tenacia

(Foto La Presse)
Immersi come siamo in un mondo nutrito di immagini, accade talvolta che una foto valga più di mille parole. Quel che succede alla foto recentissima che ritrae nello stadio di Torino un gruzzolo di tifosi juventini che stanno voltando le spalle al campo da gioco nel momento in cui si stava commemorando Sandro Mazzola, il fuoriclasse che fu a lungo una bandiera dell’Inter, e che era appena morto. In fatto di lerciume mille parole non starebbero al passo di quella foto. Dov’è offeso un giocatore il cui cognome appartiene alla migliore ma anche più drammatica storia del calcio italiano, il padre Valentino faceva parte della squadra del Grande Torino distrutta nell’aereo che aveva cozzato contro una collina; dove sono offesi i tanti tifosi della Juventus che hanno una nozione non altrettanto belluina delle contese calcistiche; dove sono offesi gli spettatori di quella partita che pur non essendo juventini di certo non avrebbero voltato la schiena al sentir commemorare il nome di Gaetano Scirea, tanto per citare un giocatore juventino morto anche lui in condizioni drammatiche.
Certo che nello sport sono vivissime la contesa e la rivalità ma lo sono senza che mai venga meno il rispetto fra gli avversari. In quel rispetto e in quella lealtà sta il valore più profondo dello sport: alla fine di un match di tennis in cui per tre o anche quattro ore i due giocatori si sono scaraventati l’uno contro l’altro delle bordate micidiali, al finire della partita i due accorrono l’uno nelle braccia dell’altro. E così in tutti gli altri sport, dov’è il valore dell’avversario che dà pregio alla tua eventuale vittoria. Quell’abbraccio tra rivali non è un particolare di poco conto, è il cuore dello sport, è ciò che ne costituisce la nobiltà particolarissima. Più l’avversario ti si oppone e ti fa soffrire, più alto è quel momento dello sport. Io lo imparai ragazzetto, quando quattordicenne o quindicenne giocavo a pallone con i miei coetanei e sempre finiva con una stretta di mano fra vincitori e vinti.
Per anni avevo creduto a un’eccezione. Quando, alle Olimpiadi di Berlino del 1936 (e dunque in casa dei razzisti), la finale del salto in lungo venne vinta da un atleta americano nero, Jesse Owens, e figurati se il patriarca del razzismo europeo gli si avvicinasse a congratularsi. Pensavo che fosse impossibile che un Adolf Hitler si avvicinasse e si congratulasse con un atleta nero. E invece apprendo da Instagram che era stato stabilito a priori che Hitler non si avvicinasse ai vincitori delle medaglie d’oro. A nessuno di loro. Sul social aggiungevano che quando quei vincitori sfilarono innanzi al Führer, Hitler e Owens si salutarono a distanza. La forza dello sport aveva comunque trionfato sulle bestialità del razzismo.
E a proposito di lealtà, al tempo in cui partecipai a un’edizione del “Grande Fratello”, ogni mattina al risveglio trovavo Alex Schwazer che ci dava sotto nel suo allenarsi per le gare di marcia su strada, gare che in passato aveva vinto e stravinto finché non arrivò la nota squalifica per doping. Ogni mattina lo trovavo che marciava su quella sua pedana a un ritmo inesorabile. Ovvio che non credessi minimamente alla decisione di chi aveva giudicato che lui si avvalesse di doping e che perciò lo aveva escluso dalle gare internazionali per un determinato periodo di tempo. Ovvio che io mi aspettassi che a quelle gare lui sarebbe tornato e che avrebbe mostrato la sua innocenza col trionfare nuovamente in quello sport dove già aveva toccato vette sublimi. E difatti Schwazer tornò e vinse, con mia felicità. Poco dopo arrivò la notizia che lo avevano trovato nuovamente dopato. Restai di stucco. Confesso che non ebbi il coraggio di chiamarlo, per quanto gli volessi bene. E a tutt’oggi non l’ho più chiamato. Possibile che quell’atleta stupendo che ogni mattina vedevo volare sulle sue gambe sottili avesse fatto ricorso al doping, avesse deluso a tal punto noi tifosi italiani che lo adoravamo? Possibile, dannazione?