La “forma tragica” e lo sguardo ancora intriso di terrore di Anna Larina

L’ultimo libro di Franco Moretti, una guida anche ai ricordi. Non dimenticherò mai lo sguardo della vedova Bucharin quando l'ho incontrata a Roma

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L'arrivo di Anna Larina, vedova di Nikolai Bukharin, all'aeroporto di Fiumicino. Fiumicino, 25 agosto 1988 (Foto Ansa)

Ce l’ho qui sulla scrivania da qualche settimana questo sugosissimo libro di Franco Moretti, Bandiera nera, da poco pubblicato da Einaudi. Franco è il fratello maggiore di Nanni, ed era uno dei pochissimi amici romani su cui contavo quando nel gennaio 1970 il treno partito da Catania mi sbarcò trentenne a Roma, non che avessi un soldo in tasca e la benché minima prospettiva di lavoro. C’era ad attendermi solo quel gruzzoletto di amici, Franco, i due fratelli Flores, i personaggi alla cui identità si sarebbe ispirato Nanni Moretti nel delineare il quadro umano dei suoi primissimi film, dove sarei stato uno degli attori.
Nel frattempo Franco è divenuto sino alla pensione un professore universitario emerito in un’università californiana di punta, meglio ancora “un professorone” a voler usare la denominazione che noi italiani usavamo nei confronti del compianto Francesco Guccini. Solo che quanto all’accrescitivo, quello si riferiva tanto alla dimensione spirituale di Guccini quanto alla sua dimensione fisica. Nel caso di Franco va usata solo in riferimento alla sua dimensione spirituale, e sebbene anche lui sia un ragazzone. Con grande piacere l’ho rivisto poco tempo fa. L’affetto del gennaio 1970 s’è conservato intero, il che è accaduto soltanto con uno sparuto gruppo di amici della mia giovinezza. Siamo cambiati e tanto, non tutti allo stesso modo. Il duetto tra “forma tragica” e “guerra civile”, che fa da asse portante del libro di Moretti, è succulento anche ai miei occhi. Sono rimasto impietrito quando alla pagina 123 ho trovato la citazione delle parole che Nicolaj Bucharin usò innanzi al pubblico ministero sovietico cui Stalin aveva affidato di trovare le accuse che giustificassero l’assassinio del suo ex compagno di lotta, che lo dipingessero quale un traditore della “causa” bolscevica e che per di più apparissero come una “confessione”.
A una domanda del pubblico ministero se lui abbia tramato con i tedeschi l’imputato Bucharin, quello che era stato una stella del gruppo dirigente bolscevico, risponde così: “Indubbiamente […] La logica della nostra lotta ci ha condotto passo dopo passo nel più ributtante pantano. Ed è stato provato una volta di più che l’abbandono delle posizioni bolsceviche comporta l’alleanza con i banditi della controrivoluzione politica. I banditi controrivoluzionari sono stati ora distrutti, noi siamo stati distrutti”. Com’erano riusciti quei criminali a far imparare a memoria queste parole a un uomo della levatura di Bucharin? Con tutta probabilità minacciando di uccidere la sua giovane e amatissima moglie, Anna Larina (Bucharin l’aveva sposata nel 1934), che i compari di Stalin tenevano rinchiusa in una cella dove aveva piedi e caviglie costantemente immersi nell’acqua. Quarant’anni fa la vedova Bucharin venne invitata a Roma da dei comunisti per bene. Mi sentivo morire mentre mi avvicinai a lei per stringerle la mano. Né dimenticherò mai il suo sguardo, ancora intriso di terrore.