Probabilmente è uscito chiudendo dietro a sé la porta verde. La porta montanara uguale a tante porte di case che sono un punto di memoria. La porta verde del primo verso di Amerigo, probabilmente la sua canzone perfetta. Capostipite di una galleria di uomini solitari e duri, profili scolpiti nel castagno dell’Appennino, che sono uguali a suo padre, ai suoi paesani, a lui. Amerigo, Van Loon, dedicata a suo padre, il suo amico Piero, il Pensionato. Che assieme a tanti altri ritratti interrogativi e dolenti sono un architrave delle sue canzoni. Il Frate, il Filemazio di Bisanzio, Cirano, Gulliver. Il mondo umano e poetico (ci teneva a dire che dietro Amerigo e Van Loon c’era letteratura, cultura) di un artista che nel 1972 aveva già voltato le spalle – idealmente – alla piccola città (bastardo posto) per tornare a un’idea della vita molto, davvero diversa. Che spesso è stata raccontata, con faciloneria, come antimoderna. Ma era semplicemente an other place. Il mito fondato di Pàvana.
Nel pantheon del cantautorato nobile italiano
Francesco Guccini ha sempre occupato, rivendicato, un posto a parte. Appoggiato allo stipite del mulino di famiglia, come in tante foto, tuttalpiù al tavolo di un’osteria bolognese.
Lui era altro, “della razza mia”. Diverso dai colleghi e amici di quel gruppo d’altra provenienza sociale. Forse il più simile a lui era Dalla, non solo perché bolognese.
De André figlio dell’alta borghesia genovese, De Gregori figlio di borghesi umanisti romani, non a caso “il Principe”, Vecchioni classicista e professore di liceo a Milano. Paolo Conte avvocato di provincia. Guccini, la stazza e la voce e l’accento che parlavano da soli un’altra lingua, veniva e ha raccontato un altro mondo, con meno psicologie e tic engagé; non solo “la provincia”, ma un’attitudine umana, una fatica quotidiana che aveva poco a che fare con i tormenti degli artisti di buona famiglia che davano la nota ai coetanei dei decenni del boom e dell’impegno (“i blue jeans vecchi e le poche lire” non erano una posa). Non è indifferente al fatto che abbia legato a sé anche sotto il profilo affettivo un paio di generazioni trasversali di giovani, trapassando le pose di un’epoca, dagli anni ’70 fino ai primi ’80, gli anni solitamente riassunti sotto l’etichetta del decennio politico. Il Sessantotto. (“Scoppiava finalmente la rivolta / oppure in qualche modo mi ero rotto”, lo aveva intuito con molto anticipo).
Nel pantheon nobile dei cantautori italiani, che oltre che irripetibile esperimento musicale è stato anche il miglior racconto sociale di un ventennio italiano, altro che il cinema, Guccini è stato una figura e un racconto eccentrico, irriducibile a mode, stili, tic ideologici e culturali. In qualche modo pasoliniano, in certi suoi racconti, paesaggi, giudizi e lontananze che non furono sempre applauditi. Con una sua malinconia e ricerca esistenziale che non è mai stata libresca o di maniera. Da montanaro vero, da lettore colto, detestava “la balbuzie intellettuale e l’afasia” di chi invece di faticare in un impegno diretto con la vita preferiva far poesia “ma confondendo i viaggi con la loro parodia”.
Essere stato, nonostante ciò, il cantautore di maggior successo della generazione del politico – prima di diventare poi rapidamente venerato e appartato maestro, pochi e magnifici album non da classifica, sempre meno concerti – è un aspetto che richiede anche una riflessione, se non politica, generazionale e sociale. Di quella generazione è stato una stella, ma anche una guida esistenziale, compagno e per tanti fan, amico e fratello. Ruolo largamente involontario, e di un certo peso (“Ed io chi sono stato nelle fantasie che vivi? / Poeta od ubriaco nei racconti per gli amici”).
La Locomotiva ormai la cantavano con gli accendini (ancora non c’erano le torce degli smartphone) accesi come ai concerti dei Pooh. Ma oltre quel rito collettivo non ha mai frequentato la retorica politica. I festival dell’Unità sì, qualche sana invettiva contro i “politici rampanti” sì. Ma Canzone delle osterie di fuori porta è del settembre 1972, ed era già un farewell al Sessantotto defunto (“cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto / delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto”). In una domenica in settembre del 1978, Eskimo aveva già sepolto anche la stucchevoli nostalgie generazionali.
I piedi ben piantati nelle argille e nelle marne dei monti, gli occhi a scrutare il nebbieggiare alto dell’Appennino, la seconda vita artistica di Francesco Guccini – finalmente i libri!, a partire dall’esordio di Cronìche Epafàniche, magnifico pastiche linguistico e narrativo, o imprese leggendarie come la compilazione del Dizionario del diletto di Pàvana – ha marcato sempre più la distanza da un pantheon discografico e sociologico e culturale che non era il suo. Fino al bellissimo omaggio alla musica popolare d’antan di Canzoni da intorto, il suo addio alla sala d’incisione. Di addii alla vita ne aveva dati molti, senza guardarsi indietro proprio come Amerigo. In L’ultima Thule, ultimo album di suoi brani, c’è l’addio vero e proprio in versi, scritto nel 2012, senza paura di guardare in faccia la vita: “Quand’è stata quell’ultima volta / che ti han preso quei sandali nuovi / al mercato coi calzoni corti / e speranza d’estate alla porta”.
Impossibile fare la scaletta del concerto che si vorrebbe ascoltare una volta ancora. Ma non mancherebbero Amerigo e Van Loon, Canzone delle osterie di fuori porta, Canzone per Piero, Inutile, Autogrill, Canzone di notte numero 3 (“se si muore solo un po’ che se ne fotte”). Quello che non. E infine, il bis che ha accompagnato i romanzi di formazione di due generazioni, Un altro giorno è andato (la sua musica ha finito).