Le Olivetti e il battere a macchina, divenuto la cosa più importante della mia vita

L'arrivo di un nuovo modello era un evento eccezionale e di una macchina da scrivere ci si poteva persino innamorare. Poi sono arrivati il computer e l'intelligenza artificiale. Ricordi di una vita da battitore a macchina  

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(Foto Getty)

Curato da Fiorella Bulegato e Alessandro Santero, è appena uscito Olivetti. Nuove storie da una collezione (Ronzato editore), un volume ricchissimo di immagini e di schede che prosegue il racconto e la documentazione di un precedente volume (anche quello curato da Santero) dedicato alla produzione di macchine da scrivere e da calcolo che portavano la targa della casa fondata da Camillo Olivetti e poi guidata da suo figlio Adriano (morto il 27 febbraio 1960), un’azienda che nel fare combutta tra industria e design è stata uno dei vanti del creare italiano del Novecento.
Questo secondo volume è particolarmente dedicato, quanto al testo così come alle immagini, alle macchine da scrivere e da calcolo, un ramo della produzione industriale di cui a lungo la Olivetti ebbe la leadership nel mondo. Tanto che ti capitava di leggere il romanzo di uno scrittore straniero in cui a un certo punto lui confessava di aver comprato una macchina da scrivere Olivetti e di esserne felice.
Ora succede che nella casa di borghesia siciliana impoverita in cui sono cresciuto ci fosse una corposa macchina da scrivere Olivetti (se non sbaglio era una Lexington 80) di cui mio nonno si serviva per una sua modestissima attività giornalistica che aiutava la nostra famigliola a mangiare due volte al giorno. Non avevamo una radio, non un televisore, per lungo tempo non un frigorifero. C’era, sulla scrivania del nonno, quella macchina da scrivere di cui io quindicenne o sedicenne mi innamorai. Nel senso che per i compiti di scuola dove c’era da scrivere cominciai a usare la macchina da scrivere del nonno, più rapida e più sensuale della penna biro. Non solo. Ci tenevo che i fogli scritti su cui lavoravo e che cominciai a consegnare agli editori fossero lindi: se nel battere a macchina facevo un errore non è che cancellassi la battuta erronea, e bensì buttavo via il foglio e ricominciavo daccapo. Quando a metà strada fra i trenta e i quarant’anni scrissi il mio primo libro, Compagni addio, quelle 140 cartelle le consegnai all’editore Mondadori senza una cancellatura che fosse una. Magari fossi capace oggi di consegnare all’eventuale editore un testo privo della pur minima cancellatura o errore di battitura. Non è che si invecchia per niente.
Fatto è che battere a macchina è divenuta la cosa più importante della mia vita. Non ho vinto premi Oscar ma quello che è uscito dal rullo della macchina da scrivere era decente. Con un’eccezione, quel dannato romanzo La ragazza dai capelli di rame che più lo guardo e meno mi piace. E dire che quella ragazza meritava di più, a cominciare da quei suoi capelli che le ciondolavano in testa mentre scendeva di corsa le scale di casa mia inorridita com’era – era nel frattempo divenuta maoista – dal fatto che io sprezzassi la rivoluzione culturale cinese.
Un evento eccezionale nella mia carriera di battitore a macchina fu l’arrivo sulla mia scrivania di un esemplare della Lettera 22 che non ricordo se fosse stato mio padre o mio fratello a regalarmi. Da quanto era assieme elegante e maneggevole, quella macchina da scrivere divenne un totem della mia vita. Più tardi un ulteriore evento eccezionale fu l’arrivo della Valentina, che aveva disegnato nientemeno che Ettore Sottsass. Con quella macchina davvero ci facevi l’amore, figurativamente parlando. Cercavi disperatamente l’occasione per usarla, per battere su quei tasti. E questo finché non arrivò l’era del computer. Non ricordo per quale dei miei 37 libri ho usato la prima volta il computer. Il primo dei computer che ho usato ebbe un triste debutto. Non funzionava. Se lo potarono indietro e l’indomani mi portarono un esemplare che funzionava.
Credo di averne cambiati tre di computer, ultimo dei quali quello su cui sto battendo. E che mi ha fatto un paio di scherzi, nel senso che per due volte il testo che avevo già scritto si è volatilizzato. Del resto nella vita di noi tutti è senza soste la lotta contro gli strumenti elettronici di cui disponiamo e che una volta sì e una volta pure si guastano o si inceppano. E ancora non è niente. Figuriamoci quando l’intelligenza artificiale si impadronirà intera della nostra vita. Altro che errori di battitura sulla tastiera di un computer.