Il respiro vitale di Stalingrado che resistette alla terrificante potenza nazista

Ciascun palazzo della città diventava una fortezza da conquistare o da difendere, accadeva che dei soldati tedeschi entrassero nel centro e gli si opponessero soldati russi in furibondi corpo a corpo. Ancora sul racconto-testimonianza di Grossman

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Foto LaPresse

Da quando nell’aprile 1942 Hitler aveva emanato la perentoria Direttiva 41, con la quale ordinava alle sue truppe di riprendere l’iniziativa dopo la mancata conquista di Mosca, e dunque puntare sulla città russa che dal 1925 aveva preso nome Stalingrado, quel nome diventerà il più forte tratto simbolico della Seconda guerra mondiale. Per le truppe russe talvolta mancanti di munizioni e di cibo, quello divenne il momento in cui potevano solo indietreggiare almeno fino al fiume Volga che accarezzava la città di cui ho detto. Stalingrado era un centro cruciale dell’industria meccanica sovietica e faceva da scudo ai pozzi petroliferi del Caucaso da cui dipendeva l’efficienza delle armate sovietiche. Contro le strade che portavano a Stalingrado, scrive Grossman nel suo libro (Stalingrado, di cui avevo detto già martedì scorso), i nazi scaraventarono un inferno di ferro e di fuoco mentre i piedi dei soldati sovietici sanguinavano dal troppo andare all’indietro in quelle condizioni e mentre si avventavano le ondate di bombardieri e caccia tedeschi il cui suono era riconosciuto persino dai bambini russi: “Le strade in fiamme di Stalingrado servirono a dare la misura dell’uomo”, scrive Grossman. Ciascun palazzo diventava una fortezza da conquistare o da difendere, accadeva che dei soldati tedeschi entrassero nel centro città e gli si opponessero soldati russi in furibondi corpo a corpo. All’annuncio dell’uno o dell’altro bombardamento – gli aerei tedeschi si avventavano dalle otto del mattino alle otto di sera – i cittadini di Stalingrado che abitavano palazzi immensi avevano giusto il tempo di precipitarsi nei sotterranei di quei palazzi prima, che colpiti dalle bombe si abbattessero su sé stessi.
Nella Fabbrica dei Trattori o nella Fabbrica dell’Ottobre rosso le bombe dei cannoni e quelle degli aerei straziavano cittadini russi a migliaia, eppure in quelle immense fabbriche si manteneva un ordine laborioso. Lo scrive Grossman: “Come sempre capita quando una catastrofe o una prova somma saggiano le forze interiori di una persona, molti si comportarono come non ci si sarebbe mai aspettati che facessero e come non avevano mai fatto nella loro vita consueta”. Pur sotto l’assalto di un esercito dalla potenza terrificante, non si spegneva il respiro vitale che veniva da decine di migliaia di fabbriche, industrie, miniere e officine ferroviarie che dall’Oceano Pacifico arrivavano fino alle acque del Volga. La pioggia di bombe e il rumore sordo della mitraglia non arrestavano il brulichio ostinato dei russi che a Stalingrado combattevano o avevano paura, una distanza tra gli uni e gli altri che in quelle circostanze s’era fatta labile. Grossman: “Come si fa a spiegare cosa teneva insieme il caos di speranze, paura, ricordi, amore, rimpianti e legami di quelle migliaia di persone così diverse, dei padri di famiglia con tanti figli, dei giovani, della gente di città e di quella di campagna, di chi arrivava dai paesini della Siberia, dai campi dell’Ucraina e del Kuban’, dalle grandi città e dai piccoli borghi vicino alle fabbriche? […] Qualcuno si dava la voce ma la maggioranza non fiatava; tutti, però avevano gli occhi iniettati di sangue”.
A metà settembre del 1942 l’Oberkommando tedesco annunciò alla radio che la bianca città di Stalingrado era in mano alle truppe del Reich e che solo resistevano alcune poche forze sovietiche nella zona industriale. Non era vero. In quei giorni Stalingrado era stata sull’orlo del disastro ma aveva retto. Grossman scrive che tre ne erano state le ragioni: il contrattacco improvviso di alcune truppe sovietiche, il fatto che l’artiglieria pesante sovietica si fosse concentrata sulla riva sinistra del Volga e il trasbordo sulla riva destra di nuove divisioni russe arrivate nel frattempo.
Le ultime duecento pagine del suo libro sono consacrate a questi aspetti del combattimento finale. Cannoni sovietici che non si erano mai visti e che controbattono la potenza di fuoco dei nazi. Militari russi che si acquattano per ogni dove pur di resistere, magari di sfuggire all’occhio di un cecchino tedesco appostato a 150 metri di distanza. Grossman racconta di un battaglione di fanteria russa che non retrocedette di un passo e di cui via via morirono tutti. No, i tedeschi Stalingrado non riuscirono a conquistarla. Tutto al contrario, quando i russi contrattaccarono in forze i tedeschi non ebbero scampo e Paulus firmò la resa. Dei centomila soldati tedeschi presi prigionieri, soltanto cinquemila tornarono vivi in Germania dopo la fine della guerra.