Che sapore doveva avere la vittoria in bocca ai tedeschi a Stalingrado

Quando le divisioni corazzate sembravano a un palmo dal trionfo, in realtà il disastro era dietro l'angolo. L'apparenza dell’invincibilità nel racconto di Vasilij Grossman

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Foto LaPresse

Non fosse che era scomparso nel gran subbuglio della mia biblioteca, da tempo volevo leggere Stalingrado, il libro dello scrittore russo Vasilij Grossman pubblicato ripetutamente non senza tagli e censure nella sua lingua originale fin dal 1952 e tradotto in italiano (Adelphi) nel 2022. Finalmente l’ho recuperato. Per essere un volume di poco meno che mille pagine eccome se racconta i fatti e gli uomini del tempo in cui cambiò il corso della Seconda guerra mondiale. Il momento (fine 1942-inizio 1943) in cui si arrestò l’avanzata delle truppe tedesche in Urss, quell’“operazione Barbarossa” forte di milioni di uomini che i nazi avevano scatenato nel giugno 1941 e che aveva permesso loro di conquistare una buona metà del territorio sovietico. E senza contare, lo scrive Grossman, che non erano pochi i russi che vedevano di buon occhio il tonfo del regime staliniano.
Il cuore del racconto di Grossman parte dal luglio 1942, quando i tedeschi dopo aver sfondato i tremila chilometri del fronte difensivo sovietico – la loro avanzata si era inceppata solo alle porte di Mosca e a quelle di Leningrado, una città che resisterà 300 giorni all’assedio nazi – continuano a conquistare territorio sovietico giorno dopo giorno. Polonia a parte avevano già ingoiato la Bielorussia, l’Ucraina, quel lembo di terra dove nel 1910 era stato sepolto Tolstoj, tanto da creare un “legame vivo, bruciante di Tolstoj con quanto [i russi] stavano vivendo in quei giorni” (lo scrive Grossman). Erano “interminabili” le colonne di soldati russi stremati che marciavano giorno e notte verso est carichi di fucili e di cannoni che non avevano fatto paura ai tedeschi. Chi avesse osservato la Russia dall’alto a metà agosto 1942 avrebbe visto masse enormi di soldati e civili russi mescolati tra loro che stavano ritirandosi verso est a costo di passare sui ponti del Don, l’altro grande fiume russo prima del Volga, e passare su quei ponti mentre i caccia tedeschi si avventavano dall’alto non era cosa da niente.
A quindici mesi dall’inizio dell’attacco nazi all’Urss, nel luglio 1942, i tedeschi sviarono la linea della loro avanzata verso sud-est e più precisamente in direzione della città di Stalingrado, quella che proteggeva i ricchissimi giacimenti di petrolio del Caucaso da cui dipendeva in buona parte l’efficienza dell’esercito russo, della sua struttura economica e militare. Rispetto al tempo dello zar lì dove c’era stato un tornitore ce ne erano adesso sei, dove c’era stato un operaio strumentista ce n’erano dodici, per ogni meccanico nove. Dalla battaglia di Stalingrado, col suo milione di morti la più sanguinosa di tutti i tempi, dipenderà l’esito dell’aggressione hitleriana. I tedeschi portarono all’attacco 150 mila uomini superattrezzati, 700 panzer e 1.600 pezzi di artiglieria, ma sopratutto la coscienza che finora i sovietici loro li avevano sempre battuti. La distanza tra il fronte e il fiume Volga su cui poggiava la città di Stalingrado s’era ormai ridotta a pochi chilometri. Solo che nel frattempo l’Urss era divenuta un’altra da quella contro cui Hitler aveva architettato nel 1941 la sua “guerra lampo”, tanto che a questo punto la sua produzione di motori militari e cannoni superava quella della stessa Germania. Accucciati negli anfratti e nei sotterranei della città gli alti ufficiali dell’esercito sovietico erano divisi, chi pensava che non c’era niente da fare contro quella colata di panzer, chi era sicuro del contrario.
Alla testa dell’assalto tedesco c’era uno dei migliori ufficiali dell’esercito nazi, il comandante della VI Armata colonnello generale Friedrich Paulus. Nel momento in cui aveva fatto 57 mila prigionieri e requisito 750 pezzi d’artiglieria e un migliaio di carri armati sovietici, Paulus ebbe in bocca il sapore della vittoria. Le sue divisioni corazzate apparivano a un palmo dal trionfo, laddove erano invece a un palmo dal disastro.
Grossmann lo racconta a puntino: “Gli ufficiali tedeschi aprivano le buste con gli ordini di battaglia: ‘Pronti al decollo!’ gridavano i meccanici sui campi di volo; i panzer facevano il pieno di carburante con i motori che già rombavano e i serventi già piazzati nelle torrette; la fanteria motorizzata saliva sui blindati col mitra imbracciato, e i marconisti controllavano un’ultima volta le radio”. Come andò davvero ve lo racconterò il prossimo martedì, com’è che il più potente esercito del mondo si sfasciò nell’andare all’assalto di Stalingrado.