L’Italia lacerata degli anni Settanta e noi, che a quella violenza non siamo immuni

Ancora oggi come tanti anni fa, la politica rimane il terreno prediletto dei portatori di odio e comportamenti aggressivi. Un clima che può generare soltanto più rancore verso chi la pensa diversamente
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Foto ANSA

Voi che mi state leggendo ammetterete che la concatenazione dei fatti è da lasciare stupefatti. Succede a Bologna, in una delle città più civili d’Italia, che un uomo quarantaduenne di origine marocchina, in preda a una drammatica crisi di nervi, viene accostato da un paio di poliziotti che non sanno esattamente che cosa fare, come sedarlo, come aiutarlo. Il ragazzo finisce per terra, vengono chiamati in soccorso dei sanitari. Intanto per tenerlo buono gli hanno legato braccia e piedi, lui muore. Orribile. Il sindaco della città a questo punto indice una manifestazione di piazza che saluti a dovere quel ragazzo la cui sorte era stata talmente triste. Ebbene la manifestazione si tramuta in una sorta di pandemomio, di furia collettiva, di gusto per la distruzione, il cui bilancio è nientemeno una sessantina di poliziotti feriti. Non è stato onorato il povero ragazzo morto, è stata onorata la violenza quale presunta regina delle cose degli uomini. Violenza violenza violenza.
Avevo più o meno vent’anni nei primissimi Sessanta quando la violenza intesa come valore in sé si accampò nella mia generazione. Il suo territorio prediletto era la politica, dove cominciarono ad azzuffarsi un po’ dappertutto studenti di sinistra contro studenti di destra, ma anche noi studenti vociavamo nei confronti di professori che non ci erano graditi. Imparammo, più che a ragionare, a urlare ad altissima voce i nostri rispettivi slogan. Non solo urla. Ricordo come fosse ora, nel cortile della mia università a Catania, uno studente di destra che con un colpo di cintura colpì in pieno volto uno studente di sinistra, tanto che dovettero portarlo in ospedale.
E del resto in fatto di violenza ne verrà fuori di ben altra, sub specie del terrorismo di destra e quello di sinistra, l’uno più mostruoso dell’altro. Cose che sapete. Confesso che in quel clima di apologia della violenza non mi ritrovai un solo minuto. Il massimo cui arrivai fu una volta nell’aula di un liceo dove io e un militante fascista ci scambiammo delle reciproche urla inaudite con cui ognuno dei due diceva il peggio all’altro. Finché non ci espulsero entrambi dall’aula, e fecero benissimo. Per la cronaca il mio avversario orale era Benito Paolone, che sarebbe stato successivamente più volte parlamentare regionale del Msi, ma anche quello che ha fatto da padrino – e con ottimi risultati – al rugby catanese.
Circa trent’anni dopo, quando tutto dell’Italia era cambiato del cento per cento, e io mi trovavo in un cinema catanese dove stavano presentando non so più quale film importante del cinema italiano, mi si avvicinò uno che aveva più o meno la mia età e mi salutò con apparente simpatia. Era Benito Paolone, di cui avevo saputo che, a suo tempo, il padre era stato infoibato dai comunisti titini. Io, che ero divenuto tutt’altro rispetto a quello di trent’anni prima, lo abbracciai. Era il mio modo di cancellare quello che ero stato, un urlatore da strapazzo di luoghi comuni sinistresi. E’ uno dei gesti della mia vita di cui, ancora a così tanti anni di distanza, sono più orgoglioso.
Badate, quando parlo del culto odierno per la violenza non mi riferisco ai criminali che vanno in giro con un coltello – e se ne leggono tutti i giorni quali siano le loro imprese, i loro agguati talvolta mortali. Mi riferisco alle usanze più comuni degli individui più comuni. Si vede in televisione, quando non manca occasione in cui sembra che quel tale voglia sbranare il suo interlocutore e, all’indomani di quello scontro cruento, i giornali ne parlano a lungo. Come se fosse divenuto impossibile che due persone la pensino diversamente. Loro in televisione i coltelli non ce l’hanno, ma è come se ce li avessero da quanto si odiano. Da quanto ognuno dei due non sopporta l’esistenza dell’altro. Odio odio odio.