di Lorenzo Borga
Com’è rischioso legare povertà e lavoro
Alle fine il reddito di cittadinanza assomiglia molto a un’indennità di disoccupazione. Ma nella teoria economica e nelle esperienze dei paesi europei, le misure sono generalmente separate
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21 JAN 19
Ultimo aggiornamento: 01:02 PM

Il centro per l'impiego di via Strozzi a Milano (foto LaPresse)


Negli ultimi mesi il reddito di cittadinanza è stato sempre più legato al mercato del lavoro, le regole per mantenere il sussidio si sono irrigidite e sono stati pure previsti importanti sconti fiscali per le imprese
Nel corso della conferenza a Palazzo Chigi sul decreto, Luigi Di Maio ha presentato la prima slide, che mette in chiaro quali siano gli obiettivi del reddito di cittadinanza. Primo, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Secondo, aumentare l’occupazione. Terzo, contrastare la povertà e le diseguaglianze. Tanta carne al fuoco, e focus principale sul lavoro. Tanto che il sussidio assomiglia molto a un’indennità di disoccupazione (con cui, tra l’altro, è compatibile e potrà essere cumulato secondo la bozza del decreto). In realtà invece, nella teoria economica e nelle esperienze dei paesi europei, le misure sono generalmente separate: chi perde il lavoro riceve l’indennità di disoccupazione (in Italia la Naspi) che è legata ai contributi versati; solo una volta terminata, allora inizia il reddito minimo per assistere tutti coloro che si trovano al di sotto di una certa soglia di reddito, a prescindere dai contributi versati. La proposta dei Cinque stelle è invece un mix tra i due modelli, mantenendo entrambi gli obiettivi: ridurre la disoccupazione e ridurre la povertà. Come se fossero due fenomeni sempre legati. In realtà non è così, e lo vedremo.
Nel decreto trovano spazio anche le “norme anti-divano”: la critica dell’assistenzialismo ha decisamente fatto centro. Secondo le regole, i beneficiari potranno godere del reddito per 18 mesi (rinnovabili). Per il primo anno, potranno ricevere offerte solo entro i 100 km e 100 minuti di viaggio, se rifiuteranno potranno raggiungere il raggio di 250 km e infine tutta Italia. Dopo 12 e 18 mesi, le regole diventano ancora più stringenti. Nel decreto trovano addirittura spazio incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato e a tempo pieno i beneficiari del sussidio, le quali potrebbero drenare buona parte delle risorse destinate ai poveri. Contributi alle imprese molto simili a quelli adottati dal Jobs Act del governo Renzi. A questo proposito, nel decreto compare uno strano comma: saranno avvantaggiate le imprese che assumono un beneficiario appena entrato nel programma del reddito di cittadinanza, rispetto a chi riceve il sussidio da alcuni mesi o anni. Infatti al datore di lavoro andrà la differenza tra il beneficio di 18 mesi e quello già percepito dal suo nuovo lavoratore. Cosicché chi non riesce a trovare un’occupazione – perché più in difficoltà di altri – lo troverà con sempre maggiore difficoltà, coi mesi che passano. Un meccanismo che danneggia gli ultimi degli ultimi e dimostra, ancora una volta, la malleabilità ideologica dei Cinque stelle, prima francescani, poi ultra-liberisti per difendersi dalle critiche piovute addosso.


Con tutto l’impegno possibile, le persone che riusciranno a trovare un lavoro stabile saranno ben poche. Massimo Baldini: “La mancanza di lavoro è un connotato individuale, mentre la povertà è un fenomeno familiare”
Sono stati in molti a criticare, nei mesi scorsi, l’idea di legare in modo tanto stretto lavoro e povertà. I numeri mostrano infatti che è molto complicato risolvere la povertà con la sola ricerca di un lavoro. Massimo Baldini e Giovanni Gallo hanno calcolato su Lavoce.info che circa il 56 per cento delle famiglie beneficiarie del reddito di cittadinanza hanno membri che già lavorano, ma percepiscono un salario molto basso, e in più della metà lavorano per almeno un quinto del tempo potenziale. Secondo lo Svimez i working poor sarebbero quasi 1 milione e 300mila. Cosa faranno queste persone: si licenzieranno (mantenendo lo stesso livello di reddito) oppure continueranno a lavorare, ma in nero? Per di più, se teniamo conto anche delle condizioni di salute – ad esempio un parente malato o disabile – la percentuale di famiglie in povertà che non possono aumentare la loro capacità di lavorare arriva al 35 per cento. Vale a dire che circa un terzo delle famiglie che riceveranno il reddito di cittadinanza non potrà conseguire il primo obiettivo che il governo si è posto: trovare un nuovo lavoro a queste persone. L’esecutivo era stato avvertito per tempo da Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal (ancora per poco): al Foglio aveva dichiarato che “tra quei sei milioni ce n’è almeno un terzo non occupabile nel breve periodo: tossicodipendenti, senza fissa dimora, persone per cui è più opportuno attivare altri circuiti”. Secondo Del Conte molti dovrebbero essere assegnati ai Sert, i servizi contro la tossicodipendenza, altri ricevere una maggiore formazione specifica (sempre secondo Anpal il 64 per cento dei futuri beneficiari ha solo la licenza media). E invece saranno tutti destinati ai centri per l’impiego, già decisamente sotto-organico e in difficoltà. Non a caso le bozze del decreto escludono dall’obbligo a lavorare chi ha carichi di cura, cioè figli sotto i tre anni di età o famigliari disabili o non autosufficienti.
Proprio per rispondere a queste esigenze di assistenza, il governo nelle ultime bozze ha inserito la possibilità di sottoscrivere – in alternativa al “patto per il lavoro” destinato agli occupabili – un “patto per l’inclusione”. Questa possibilità richiama espressamente il reddito di inclusione (Rei), introdotto dal precedente governo e partito dal gennaio 2018, ma rimasto sottofinanziato. Questo prevedeva un percorso personalizzato, in capo ai servizi sociali dei comuni e al terzo settore, per coprire tutti i bisogni multidimensionali: povertà educativa, povertà abitativa, salute precaria e anche (ma non solo) povertà lavorativa. Tuttavia, se il reddito di cittadinanza recupera questa possibilità non ne recupera i fondi. Gli enti coinvolti per l’inclusione infatti hanno ricevuto dal Rei il 15 per cento dello stanziamento totale per il contrasto alla povertà. Ora invece il governo chiede a queste strutture di mantenere l’impegno, per un numero molto maggiore di persone, ma – apparentemente – senza gli stessi finanziamenti.
Con tutto l’impegno possibile, le persone che riusciranno a trovare un lavoro stabile saranno ben poche. Secondo Cristiano Gori, professore e coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà, solo il 25 per cento dei beneficiari di strumenti simili in altri paesi europei riesce a raggiungere un’occupazione stabile. In Francia, come riporta l’economista Stefano Toso, solo il 3 per cento di chi riceve il Rsa (il reddito minimo francese) riesce a trovare un lavoro ogni mese, prevalentemente part-time o temporaneo. Ma è il caso tedesco quello più interessante: secondo un articolo di ValigiaBlu, l’Hartz Iv – il sussidio anti povertà tedesco – è da molti giudicato un fallimento. Di norma ammonta a 416 euro al mese, come il futuro reddito di cittadinanza italiana è strettamente legato ai centri per l’impiego (che in Germania possono contare su 110mila dipendenti, in Italia 8mila) ed è severo quanto a sanzioni e regole. Ma i beneficiari che lavorano e allo stesso tempo percepiscono un salario comunque al di sotto della soglia di povertà – in totale 1,2 milioni – sono diminuiti solo di 7mila unità dall’introduzione del salario minimo. Non solo: il 40 per cento dei disoccupati di lungo periodo riceve il sussidio da oltre quattro anni e oltre un milione addirittura dalla sua introduzione. Numeri allarmanti, che dimostrano il rischio di legare a quattro mani povertà e lavoro. Per dirla come Massimo Baldini, “la mancanza di lavoro è un connotato individuale, mentre la povertà è un fenomeno familiare”. Prima il governo se ne accorgerà, prima potrà correggere la rotta. Per salvare la lotta alla povertà in Italia, già in estremo ritardo rispetto al resto d’Europa, e salvare sé stesso.
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