Rubriche
Preghiera •
Va messo un tetto alle parole straniere
La disintegrazione dell'italiano passa altresì dagli esercizi commerciali, dalla loro comunicazione anglofona quando non lo sono le insegne
1 OTT 26

Foto LaPresse
Un tetto anche alle parole straniere, non solo agli alunni stranieri. La disintegrazione passa altresì dagli esercizi commerciali, dalla loro comunicazione anglofona quando non lo sono le insegne. Guardavo “I migliori bar d’Italia 2027”, ultima edizione dell’utile guida del Gambero Rosso, e fra i 57 “tre tazzine” mi attira subito il Barnum cafè, via del Pellegrino, Roma. Sorge il problema della F solitaria: perché non caffè, fa troppo Goldoni? Questa dei cafè è un’epidemia di esotismo (“segno di decadenza dei popoli”, diceva Prezzolini). Vado a vedere cosa scrivono sui social ed ecco: “Serving specialty coffee, bakery and brunch. Open daily 8-15.30. No reservations. Walks-in only”. Non una parola di italiano, non una, e io non contribuisco al fatturato di chi soffoca la mia cultura dichiarando morta la mia lingua. Mi potrebbe interessare il Dama di Bari e però si definisce “Italian bakery” (anche bakery è un’epidemia), come non detto. Ripongo le ultime speranze nel bar dell’anno che è lo storicissimo Gilli di Firenze: lo frequentava per l’appunto Prezzolini, ai tempi della Voce. Apro il profilo: “The oldest pastry house in Italy. Featured on @50bestdiscovery”. Basta, getto la spugna, resto a casa e mi faccio una Bialetti.
Di più su questi argomenti
Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
