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La malattia contagiosa dell'empatia secondo Gad Saad
Lo psicologo canadese di origine ebraico-libanese ha dato un nome al male che ci sta uccidendo, il cui contenuto è “la volontà di essere vittimizzati per un presunto obiettivo superiore”
30 SET 26

Gad Saad (foto ANSA)
Ho tutte le malattie meno l’empatia e così il libro di Gad Saad, “Empatia suicida” (Liberilibri), non mi riguarda personalmente: mi riguarda occidentalmente. Lo psicologo canadese di origine ebraico-libanese ha dato un nome al male che ci sta uccidendo, il cui contenuto è “la volontà di essere vittimizzati per un presunto obiettivo superiore”. Portatori del contagio sono innanzitutto le donne: “Sono più portate a cercare le ricompense immediate della scarica di dopamina legata all’empatia. Questo è il motivo per cui sono molto più propense degli uomini a essere viste con i cartelli #RefugeesWelcome in molti porti di ingresso in Occidente. Alcuni di questi nobili rifugiati potrebbero finire per violentare le donne empatiche, ma l’immediata scarica di empatia è troppo allettante per preoccuparsi delle conseguenze negative”.
Fanno la loro parte anche i politici, per i quali “è sempre facile essere empatici in modo suicida con il denaro guadagnato con fatica da altre persone”. Saad esorta a dirigere l’empatia verso la persona amata, i famigliari, gli amici, ma temo non funzioni: gli empatici psichiatrici (che in Europa sono legione) non vogliono fare del bene, vogliono farsi del male. Aiutare la vecchia zia a fare la spesa non raggiungerebbe lo scopo, se invece accogli lo straniero c’è il caso che una coltellata te la guadagni.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
