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di Camillo Langone

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Il tempo felice in cui i gastronomi erano mangioni e beoni e se ne vantavano

Abbott Joseph Liebling, antico giornalista del New Yorker, in “Tra i pasti. Un appetito per Parigi”, descrive con entusiasmo pranzi di sei, sette, otto, nove portate, alcune molto impegnative, il tutto abbondantemente annaffiato. Un'età aurea in cui si poteva scherzare su tutto
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10 AUG 23
Ultimo aggiornamento: 02:19 AM
Immagine di Il tempo felice in cui i gastronomi erano mangioni e beoni e se ne vantavano

"La grande abbuffata" di Marco Ferreri, 1973

Si legga “Tra i pasti. Un appetito per Parigi” di Abbott Joseph Liebling (Edizioni Settecolori) per ricordarsi del tempo felice in cui i gastronomi erano mangioni e beoni e lo dichiaravano senza problemi, anzi se ne vantavano. L’antico giornalista del New Yorker descrive con entusiasmo pranzi di sei, sette, otto, nove portate, alcune molto impegnative (salsicce in crosta, stufati di fagioli e cotenne, trippe di pecora e zampetti di vitello…), il tutto sempre abbondantemente annaffiato: “Avevamo scolato tre bottiglie in due”. Una di Pétrus, una di Cheval Blanc, una di Krug… E per ricordarsi dell’età aurea in cui si poteva scherzare su tutto. Siamo a Parigi negli anni Cinquanta, una ristoratrice, Madame G., si ammala al punto di dover cedere il locale e i clienti rimasti orfani ne conversano in questo modo: “Che cos’ha?”. “Credo che abbia tentato di leggere Simone de Beauvoir. Una sincope”. Come se oggi il malore di un cuoco venisse addebitato a Michela Murgia. Si legga Liebling e si rimpianga quella libertà, quello spirito, quell’appetito.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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