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di Camillo Langone

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Non serve essere religiosi per giudicare la blasfemia a Sanremo

Il filosofo ateo Michel Onfray ha scritto che l'arte "accompagna naturalmente il movimento della cancellazione della nostra civilità". Magari non sa nemmeno che il Festival esiste, ma è perfetto lo stesso. Queste canzoni sono la colonna sonora della nostra estinzione
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3 FEB 22
Immagine di Non serve essere religiosi per giudicare la blasfemia a Sanremo

Achille Lauro a Sanremo 2022 (Ansa) 

“Raglio d’asino non sale al cielo”. Fantastico il comunicato del vescovo di Sanremo, monsignor Antonio Suetta, sull’esibizione blasfema di un cantante scarso. E pensare che solo pochi giorni fa avevo dubitato di lui (mi sembrava avesse minimizzato, sempre riguardo al festival, la perniciosità di Drusilla Foer). Ma il giudizio di Suetta non sia condiviso solo dai cristiani, sia condiviso da chiunque, religioso o non religioso, abbia contezza della situazione. Il filosofo ateo Michel Onfray ha scritto che “l’arte accompagna i movimenti della civiltà, la nostra epoca è quella della cancellazione della nostra civiltà e la sua arte accompagna naturalmente questo movimento”. Non si riferiva a Sanremo, magari non sa nemmeno che Sanremo esiste, ma va benissimo per Sanremo. Il festival è la colonna sonora giusta per la presente estinzione della nostra civiltà. Non ci si fermi alle apparenze, si ascolti fra le note: si scoprirà che qualsiasi brano cantino, quei poveri cantanti, è sempre una marcia funebre.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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