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Il vino è il bere del vero conservatore, insegna Scruton
Sarebbe stato bello bere insieme a uno dei filosofi che più ha scritto e più ne sapeva di vino. Oggi si può solo continuare a leggere il suo "Vivere conservatore", da cui si ricava che solo il vino manifesta l’amore per l’origine, l’attaccamento ai luoghi

Roger Scruton (Ansa)
“In un mondo di consumo globale e globalizzato, il vino è l’ultimo prodotto genuinamente locale – l’ultimo prodotto che ci arriva etichettato con la denominazione d’origine e viene apprezzato per essa”. Avrei voluto bere almeno una volta insieme a Roger Scruton, uno dei filosofi che più ha scritto di vino e che più ne sapeva di vino (amava l’Aglianico del Vulture!), e invece mi sono limitato a scambiarci qualche mail. Ora posso soltanto rimpiangerlo e leggere “Vivere conservatore” (Giubilei Regnani), una lunga conversazione autobiografica in cui spazia dalla filosofia alla liturgia, dalla caccia alla politica, e dove trovo definizioni preziose: “Tutto ciò che in fin dei conti rappresenta il conservatorismo è la propensione a rimanere attaccati a quel che amiamo e conosciamo bene”. Ne ricavo che il vino è il bere del vero conservatore perché vi può manifestare l’amore per l’origine, l’attaccamento ai luoghi (siano essi vigneti, colli, paesi, territori...), mentre bevande gassate e birra sono il bere del vero nichilista, che dell’origine di ciò che beve (così come di molte altre cose) non gliene può fregare di meno.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
