La fine della cucina italiana

Se non sei più nemmeno capace di buttare “du’ spaghi” nell’acqua bollente, non sei più un uomo, sei un’ameba
2 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 18:01
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Foto LaPresse

La fine della cucina italiana. Il cibo non è l’argomento né principale né secondario dell’ultimo libro di Guido Maria Brera: in “La fine del tempo” (La nave di Teseo), romanzo di colore noir ambientato nel mondo della finanza, si parla soprattutto di finanza. Con toni bladerunneriani, houellebecquiani: “Deformante è l’effetto dei flussi di capitale sul mondo. Quando scorrono impetuosi, è lì che brillano le luci delle metropoli. Invece deperisce e muore nell’abbandono, nel buio e nel silenzio, ciò da cui si allontanano”. Si capisce che l’autore, scrittore e beato lui finanziere, usa i personaggi per esprimere il proprio pensiero: “L’immigrazione è deflativa per definizione”, i tassi a zero spingono i fondi “a investire in attività nuove che sfruttano le tecnologie più all’avanguardia e costringono intere nazioni alla deindustrializzazione”. Fra le attività nuove elencate da Brera c’è il food delivery, i pasti a domicilio. Eccoci alla fine della cucina italiana. Forse pure alla fine dell’umanità italiana: se non sei più nemmeno capace di buttare “du’ spaghi” nell’acqua bollente, non sei più un uomo, sei un’ameba. Un’ameba culturale che coerentemente ordina “cinese a domicilio”, “sushi a domicilio”, “kebab a domicilio”… Per non ridursi a protozoi, si legga Guido Maria Brera e si faccia lo sforzo di accendere il gas sotto la pentola.