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La gioia triste e fiera per la fine dell'Ilva
La conclusione era scritta, dalla magistratura competente, almeno da una dozzina di anni. L’Ilva, e con lei la città, sono state l’oggetto di un accanimento terapeutico insensato, che se non avesse l’attenuante della stupidità sarebbe un colmo di cinismo
31 OTT 26

(Foto Getty)
Ho condiviso, da lontano, la gioia triste e fiera della stragrande maggioranza dei cittadini di Taranto per la fine dell’Ilva. Fiera, per il coraggio con cui in tante e tanti si sono battuti contro poteri soverchianti: come un paese invaso cui si spieghi che non può opporre resistenza, perché l’invasore è una potenza atomica. Triste, per il ricordo struggente delle vite perdute, mutilate e offese.
Mercoledì scorso, alla vigilia della sentenza definitiva della Cassazione, su Facebook c’era la fotografia di una giovane donna appena laureata, corona di alloro sul capo, le braccia aperte, la tesi rilegata in una mano, un mazzo di fiori nell’altra, e a coprire l’abito elegante una maglietta bianca sulla quale era stampata la fotografia di un uomo forte e sorridente abbracciato, come si abbraccia il tronco di una quercia, da una bambina. E la scritta: “Pipo, la tua bambina si è laureata”. Lui si chiamava Massimo Battista, è morto a ottobre di due anni fa, a 51 anni, per il tumore, ultima eredità della vita e della lotta contro l’Ilva. Volle lasciare il suo saluto. “Dopo aver lottato con tutte le mie forze, per me, per la mia fantastica moglie e per i miei magnifici figli, la mia battaglia termina qui. Ho lottato tanto per questa città, ho sempre cercato di dare un futuro migliore alla mia amata Taranto. Ho combattuto come solo un leone sa fare”. La sua bambina, Rosaria, è la ragazza luminosa della nuova fotografia. Si è laureata in Giurisprudenza, fra Bologna e Parigi, con una tesi su “La responsabilità amministrativa nella Pubblica Amministrazione: l’autotutela tra il diritto alla salute e il diritto all’ambiente nel caso dell’ex ILVA”.
C’è un’altra ragione di tristezza: l’agonia cui l’Italsider e poi l’Ilva – e Taranto – sono state dannate dall’ottusità e dall’inettitudine del potere, di tutti i poteri che le hanno messo mano. La conclusione era scritta, dalla magistratura competente, almeno da una dozzina di anni. L’Ilva, e con lei la città, sono state l’oggetto di un accanimento terapeutico insensato, che se non avesse l’attenuante della stupidità sarebbe un colmo di cinismo.
I Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, di cui Massimo Battista era stato cofondatore, lo ricordarono con le sue parole più amare: “Bambini, mi rivolgo a voi perché con i vostri genitori ho perso la speranza”.
La Repubblica di Bari, intervistando la nuova dottoressa Rosaria, le aveva chiesto: “Cosa vorrebbe per l’ex Ilva?” “Vorrei la chiusura dello stabilimento. Ma non che gli operai vengano abbandonati. Bisogna reintegrarli altrove. Non si può andare avanti così, i cittadini si ammalano, i bambini nascono già malati”. La chiusura è venuta, il giorno dopo. Ora c’è il resto.