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Le vetrine rotte, i ragazzi in strada e il vecchio vizio di mettersi in mezzo
Di fronte alle incursioni e agli scontri nelle città, giudicare da lontano è facile. Più difficile è chiedersi che cosa faremmo noi, se ci trovassimo nel mezzo. Tre opzioni: stare a guardare, simpatizzare, o deplorare. Lettera
22 OTT 26

Foto LaPresse
Cara F., vivo in una casa colonica, alla periferia di una frazione di paese, vecchio, solo. Non so niente delle periferie metropolitane, dei loro adolescenti e dei loro giovani. Non vado più al cinema. Ho pochissima esperienza, e quella pochissima indiretta. L’ultima vera, la più fruttuosa, la feci in galera. Penso con qualche maggior conoscenza di causa all’Ucraina, perché sono partito più volte per l’Ucraina aggredita, e là qualche bambino e qualche militare li ho conosciuti. In Italia vado e vengo, in una giornata o due, senza mescolarmi, senza “fare l’inchiesta”. L’altro giorno, quando ho mancato per poco l’incontro casuale con l’incursione alla Feltrinelli della stazione torinese, me ne sono un po’ rammaricato.
Sicché non ho niente, proprio niente di perspicuo da dire sui sommovimenti che scuotono le città d’Europa e d’Italia e sui loro giovani e giovanissimi attori – e, meno, attrici. Per giunta sono estraneo anche all’ordinario indisturbato temperamento dei centri cittadini, vetrine e brand e abitudini di compratori, invidiatori, semplici passanti che vi si specchino, e finalmente avventori festanti che le spacchino. Potrei supplire con la lettura delle cronache e l’osservazione dei video, mi ci sono dedicato scrupolosamente, ma sono vecchio anche del mestiere, e so che le cose che un ragazzo dice quando viene interpellato da un microfono e si è tirato via il cappuccio e ha ripreso la propria voce e la propria personale fisionomia, possono essere sincerissime, ma hanno poco a che fare con ciò che lo ha spinto a correre urtare afferrare scappare lanciare ridere gridare insieme agli altri. Ha poco a che fare con se stesso di poco fa, e viceversa. Dunque siamo lì: non ho niente da dire.
Se non sulla condizione opposta: posso interrogarmi su che cosa avrei fatto io, vecchio, rallentato eccetera, e però reduce da una lunga abitudine, “una vera mania”, a mettermi in mezzo, se il caso mi avesse fatto finire in mezzo a quel trambusto, alla stazione di Torino, o nel centro di Bologna, o in piazza del Duomo a Milano, come è successo a tante persone bene o malcapitate.
(Come Giuseppe Giusti, 1845: “A me che girellando una mattina, / Capito in Sant’Ambrogio di Milano, / In quello vecchio, là, fuori di mano... / Entrai nel branco involontariamente”).
In teoria, ci sono tre possibilità: stare a guardare, simpatizzare, o deplorare. La prima è la più teorica: si può finire in un parapiglia tale, e così pieno di rumori e fumi, che la posizione dello spettatore ne venga rischiosamente compromessa. Anche le altre due sono solo apparentemente opposte, si può simpatizzare o deplorare non per partito preso una volta per tutte, ma secondo le circostanze: chi sta scappando o chi inseguendo, chi è più grosso o più smilzo, chi è in tanti e chi isolato, e comunque con l’oscuro pensiero che, se devi prenderle e poi raccontarlo, è più onorato prenderle dalla polizia in assetto eccetera che dai ragazzi di seconda generazione con la bandiera tricolore. Pasolini, già a Valle Giulia, non aveva risolto affatto la questione, come si continua a ripetere a vanvera, e aveva solo finto di stare oggi dalla parte dei poliziotti, per conquistarsi domani un posticino nel cuore degli studenti. Oggi studenti non ce n’è, scolari piuttosto, e anche se ce n’è non sono figli di papà.
Smetto, perché non vorrei che figurarmi questa evenienza, una specie di soprassalto, mi inducesse a immaginarmi spinto nella mischia fin dentro una vetrina, scivolare sui frantumi, e trovarmi risospinto fuori con le braccia cariche “di Nike TN, di Air Jordan e al limite di Dunk Low”. Al limite.