Il rosso di Anne Carson. Gerione, Omero e quel libro che avrei voluto scrivere

Il Nobel alla poetessa canadese riporta alla luce Autobiografia del Rosso, il romanzo in versi che reinventa il mostro Gerione trasformandolo in un ragazzo diverso, alato e innamorato. Un viaggio tra Stesicoro, Omero, il sangue e la memoria di un colore

9 OTT 26
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Foto via Getty Images

Il Nobel per la letteratura ad Anne Carson, largamente aspettato, fa culminare una stagione classica e più precisamente omerica, di cui rallegrarsi. (La sua biografia: “È nata in Canada e si guadagna da vivere insegnando il greco antico”). Il guaio è però che lessi solo un suo libro, l’“Autobiografia del Rosso”, nell’originale sottotitolato “Un romanzo in versi” (1998, Bompiani 2000, La nave di Teseo 2020, trad. di Sergio Claudio Perroni). Lo trovai magnifico, dopo aver trovato magnifico il titolo: perché non avevo scritto, finché si era in tempo, un libro con questo titolo? Il rosso, che esplode vulcanicamente nel testo di Carson, prende le mosse dalla Gerioneide, il poema di Stesicoro (Metauros, l’attuale Gioia Tauro? 630 - Catania, 555 a.C.) dedicato al mostro Gerione, che Eracle, nella decima e ultima delle fatiche, uccide per rubargli la mandria di buoi.
Dei 1300 versi del poema ce ne sono arrivati solo alcune decine, il brano più lungo da un papiro di Ossirinco ritrovato nel 1967. Benché in Stesicoro (come poi in Dante) Gerione abbia l’aspetto di un vero mostro - tre teste, sei braccia e sei gambe, e anche il suo cane, che Carson renderà un cagnolino, ha due teste - il suo carattere è quello di un vero eroe, così da ricordare, alla vigilia del duello con Eracle, Ettore che affronta Achille: il poeta, rovesciando il canone, simpatizza per lui. Carson fa di Gerione un bambino e poi un giovane uomo con una testa e due gambe e due braccia, diverso solo perché è rosso ed è gay e ha le ali, sia pure ripiegate sotto una giacchetta, e sono in pochissimi a notarlo.
Il bambino Gerione scrive la sua autobiografia, sicché il titolo può riferirsi sia a lui che al colore. Mi piace soprattutto l’autobiografia di un colore. Il sangue in Omero è soprattutto nero, se non sbaglio. In Stesicoro, il frammento che descrive la prima testa di Gerione trafitta dalla freccia avvelenata di Eracle, dice, nella traduzione di Elisabetta Pitotto: “di odiosa / morte destino / intorno alla punta avendo, intinto / nel sangue e nella bile, /.../ dolori dell’Idra / rovina per gli uomini, dal collo cangiante. Senza far rumore esso / ingannevolmente si piantò sulla fronte: / lacerò la pelle e le ossa / secondo il volere di un dio; / la freccia trapassò dritta / la sommità del capo, / e macchiò di sangue purpureo / la corazza e le membra insanguinate. /.../ Inclinò il collo Gerione, / di lato, come quando un papavero / che rovina il suo corpo delicato / lasciati subito cadere i petali”. (L’immagine del papavero viene da Omero, e avrà una larga fortuna).
Il giovane Gerione di Carson farà il suo volo dentro un vulcano peruviano e ne tornerà sicuro. Man mano, le parole del rosso avranno ceduto il passo alla fotografia. Che non vi venga in mente il viaggiatore catanese - la città in cui morì Stesicoro - diviso fra la furia dell’aeroporto e il rischio della fotografia al bordo del cratere. Piuttosto, una memoria del rosso, di certe bandiere e lettere scarlatte.