Padri e figli, partiti etnici, malavita e altri vizi della politica contemporanea

Dalla Bosnia al Brasile al Perù, Dodik trionfa per interposta persona, Lula va al ballottaggio con Flavio Bolsonaro e Keiko Fujimori conquista la presidenza. Sullo sfondo, tribunali e galere. A consolare, il trionfo elettorale di Erika Hilton

6 OTT 26
Immagine di Padri e figli, partiti etnici, malavita e altri vizi della politica contemporanea

(Foto La Presse)

Irisultati elettorali di domenica, oltre a confermare impetuosamente l’aria di spregevole destra che tira, offrono un quadro esemplare della politica contemporanea. A partire dalla Bosnia-Erzegovina, dove hanno sordidamente prevalso i partiti “etnici”, e ha trionfato per l’interposta persona di Željka Cvijanovicć (1967), il malvivente Milorad Dodik (1959), incandidabile per una condanna, boss del secessionismo serbo-bosniaco, lodatore di Mladićc, negatore di Srebrenica, cortigiano di Putin e apologeta di Trump: in piena regola. Votanti nelle tre “entità”: 42 per cento.
L’elezione davvero importante era quella brasiliana, e anche, nei sondaggi, la più prevedibile: l’ottantenne Lula era dato per favorito, e aveva contato sulla possibilità di una vittoria già al primo turno. E’ andata al contrario: Flavio Bolsonaro, 47 anni, figlio dell’ex-presidente Jair, ha ottenuto il 47 per cento contro il 45 di Lula, sicché i due andranno al ballottaggio il prossimo 25 ottobre. E soprattutto, poiché si votava anche per i governatori e per il Senato, Bolsonaro ha accresciuto largamente il suo controllo degli Stati (cinque contro tre, di quelli già aggiudicati) e dei senatori, fra i quali sono stati eletti, non ridete, un suo fratello e sua madre. Cioè la moglie di Jair, che intanto è in galera, con una condanna a 26 anni per il colpo di stato tentato nel gennaio 2023, dopo aver perso la presidenza, l’anno prima, con uno strettissimo margine. In Brasile ha ora votato il 79 per cento degli aventi diritto, e sul 21 per cento di astenuti Lula dice di confidare per una difficilissima rimonta al secondo turno.
L’ottimismo di Lula era legato anche ad alcuni episodi della vigilia. Così il divieto di Lula contro le scommesse sportive online, un mercato lucrosissimo ma largamente impopolare. Inoltre il rivale Bolsonaro, screanzato fautore di una morale bigotta, era stato beccato in fotografie compromettenti con prostitute, ammesso che circostanze del genere si mostrino ancora compromettenti. E un suo parlamentare aveva proposto la destituzione, questa sì scandalosa, della tradizionale “patrona nera” del Brasile, Nuestra Señora Aparecida, che ha una propria città –Aparecida– in cui milioni di pellegrini vanno a formulare o adempiere ai loro voti. Tutto questo non è bastato, ed è ormai difficile sorprendersene. Può invece consolare a margine il successo elettorale, nelle file di un partito di sinistra (Socialismo e Libertà), la rielezione trionfale di una deputata transessuale, Erika Hilton, 33 anni, nella Camera bassa di San Paolo, con 1,6 milioni di voti, che l’hanno resa la donna più votata nella storia brasiliana.
Per restare all’intreccio fra malavita vera o supposta, giustizia vera o usurpata, e vita pubblica, vero segno distintivo delle democrazie contemporanee, cui il sistema italiano spalancò fieramente la strada, specialmente dolorosa per Lula è l’affermazione, nello stato meridionale di Paraná, di Sergio Moro, già magistrato, che si guadagnò fama e carriera condannando Lula per corruzione, sentenza poi annullata per vizi procedurali. In un congegno di porte girevoli, Lula uscì dal carcere per tornare al Palácio do Planalto, opera di Niemeyer a Brasilia, dal quale Bolsonaro padre uscì per una galera di cui al momento non saprei citare l’architetto. Non so evitare però il rimando al Perù, dove dallo scorso luglio la Presidenza è occupata dalla signora Keiko Fujimori, 51 anni, vincitrice per meno di 40 mila voti, il 50,12 per cento contro il 49,88 per cento, sul concorrente Roberto Sánchez, il risultato più risicato della storia dell’avventurato paese. Keiko è figlia di Alberto Fujimori, che fu presidente del Perù dal 1990 al 2000 (compresi tre anni di “autogolpe”), poi trascorse 16 anni in galera per crimini contro l’umanità, e morì nel 2024.
Attualmente nelle galere peruviane, non so a che distanza di sicurezza l’uno dall’altro, sono detenuti tre ex presidenti della repubblica, se non sbaglio: Alejandro Toledo e Martín Vizcarra, corruzione internazionale, e il disgraziato Pedro Castillo. Difficile tenere il conto. Un quarto, Ollanta Humara, dev’essere stato liberato. Uno, Alan García, si suicidò nel 2019 per evitare l’arresto. Una, la precedente, Dina Boluarte, successora del disgraziato Pedro Castillo, è stata indagata per una questione di orologi, poi destituita e indagata per genocidio, omicidio aggravato e lesioni gravi.