Il Sud America dei figli di papà in politica

Quanto pesa il cognome per arrivare al potere in America latina.E alcune dinastie si legano all’ondata di governi filo trumpiani
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Keiko Fujimori è presidente del Perù dal 28 luglio. Suo padre Alberto lo era stato dal 1990 al 2000 (Foto La Presse)

César Bernardo Arévalo de León è, dal 14 gennaio 2024, il presidente del Guatemala. Suo padre, Juan José Arévalo, era stato presidente del Guatemala, dal 15 marzo 1945 al 15 marzo 1951. Rodrigo Paz Pereira è, dall’8 novembre 2025, il presidente della Bolivia. Suo padre, Jaime Paz Zamora, era stato presidente della Bolivia, dal 6 agosto 1989 al 6 agosto 1993. Ed era figlio di un cugino di Víctor Paz Estenssoro: presidente della Bolivia dal 15 aprile 1952 al 6 agosto 1956; dal 6 agosto 1960 al 4 novembre 1964; dal 6 agosto 1985 al 6 agosto 1989. Keiko Sofía Fujimori Higuchi è presidente del Perù dal 28 luglio. Suo padre, Alberto Kenya Fujimori Inomoto, era stato presidente del Perù dal 28 luglio 1990 al 22 novembre 2000.
Poi c’è Daniel Roy Gilchrist Noboa Azínpresidente dell’Ecuador dal 23 novembre 2023. Suo padre, Álvaro Fernando Noboa Pontón, non è mai stato presidente. Ma, come erede dell’impresa bananiera di famiglia, è l’uomo più ricco dell’Ecuador, e si era candidato alla presidenza senza essere mai eletto per ben cinque volte. Nel 1998, 2002 e 2006 arrivando secondo, nel 2009 terzo e nel 2013 quinto. Nel 2021 aveva pure presentato una sesta pre-candidatura, ma è stata respinta. E’ stato anche eletto all’Assemblea costituente nel 2007, ma è rimasto in carica solo pochi mesi prima di essere rimosso per non aver presentato la dichiarazione patrimoniale.
Luis Rodolfo Abinader Corona è presidente della Repubblica Dominicana, dal 16 agosto 2020. Neanche suo padre José Rafael Abinader Wasaf, avvocato, scrittore, economista e facoltoso imprenditore nei settori del turismo e delle costruzioni, era mai stato presidente. Era stato però senatore, ministro delle Finanze e controllore generale, e si era candidato alla presidenza tre volte.
Era stato invece presidente dell’Uruguay, dal primo marzo 1990 al primo marzo 1995, Luis Alberto Lacalle de Herrera: padre di Luis Alberto Alejandro Aparicio Lacalle Pou, a sua volta presidente dal primo marzo 2020 al primo marzo 2025; e a sua volta il nonno materno era stato Luis Alberto de Herrera y Quevedo, leader storico dello stesso Partido Nacional del nipote e del bisnipote, e candidato alla presidenza sette volte. E il 4 ottobre alle presidenziali in Brasile il principale avversario del presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva, che è alla settima candidatura e cerca il quarto mandato, è il senatore dell’opposizione Flávio Nantes Bolsonaro: figlio di Jair Messias Bolsonaro, presidente dal primo gennaio 2019 al primo gennaio 2023, ma impossibilitato a candidarsi a queste elezioni. Gli è stato infatti vietato di ricoprire cariche pubbliche ed è stato condannato per aver complottato un colpo di stato dopo aver perso le elezioni del 2022, ed è attualmente agli arresti domiciliari.
“I nepobabies arrivano al potere: una nuova generazione” ha titolato la Cnn, riutilizzando un neologismo diventato popolare nel 2022, apposta per indicare i rampolli di genitori famosi che grazie a questa parentela hanno scalato il mondo dello spettacolo. In italiano diremmo “figli di papà”, anche se ha una sfumatura di comodità forse non del tutto adeguata a descrivere il percorso di questi personaggi che stanno arrivando alle massime cariche in una regione tormentata come l’America Latina. Sia Arévalo che Paz Pereira, ad esempio, sono nati in esilio. Arévalo a Montevideo in Uruguay, dove il padre era andato dopo il golpe appoggiato dalla Cia e dalla United Fruit che nel 1954 aveva rovesciato il governo del suo successore Jacobo Arbenz Guzmán, legato al suo stesso progetto riformista. Paz Pereira a Santiago de Compostela in Spagna, da una madre spagnola che il padre aveva conosciuto a Bruxelles, dove era esule dalla dittatura del generale René Barrientos, sotto il regime del quale fu ucciso Che Guevara. Il padre era in seguito tornato in Bolivia, ma era stato costretto poi di nuovo ad andare a Cuba e in Cile, e sarebbe poi sopravvissuto con gravi ferite a un attentato del regime militare di Luis García Meza. Quanto a Keiko, suo padre fece 10 anni di presidenza ma anche 16 di carcere, con gravissime accuse di violazioni dei diritti umani. Per un’amnistia molto criticata, fu infine liberato solo nove mesi prima di morire. Anche Jair Bolsonaro, come detto, è agli arresti domiciliari.
Come osserva la Cnn, questa nuova “ondata” che sta travolgendo la politica latinoamericana “non è legata all’ideologia o all’influenza del presidente Donald Trump”. O meglio, ci sono due differenti ondate, che però non si sovrappongono del tutto. Dopo la vittoria di Keiko Fujimori in Perù e di Abelardo de la Espriella in Colombia, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha definito un “risultato straordinario” il fatto che in America latina la maggioranza dei governi sia ora allineata con gli Stati Uniti. “Praticamente in ogni elezione tenutasi da quando lei (Donald Trump) è stato eletto presidente, è stata eletta una persona filoamericana, e penso che questa sia una situazione incredibile”, ha detto il capo della diplomazia statunitense. Appunto, l’insediamento di de la Espriella a presidente di Colombia il 7 agosto e quello già citato di Keiko Fujimori il 28 luglio aggiungono altri due Paesi a una lista che ha già visto insediarsi Nayib Bukele in El Salvador il primo giugno 2019, Santiago Peña in Paraguay il 15 agosto 2023, appunto Daniel Noboa in Ecuador il 23 novembre 2023, Javier Milei in Argentina il 10 dicembre 2023, José Raúl Mulino a Panama il primo luglio 2024, Nasry Asfura in Honduras il 27 gennaio 2026, José Antonio Kast in Cile l’11 marzo 2026 e Laura Fernández Delgado in Costa Rica l’8 maggio 2026. Però, appunto, solo Keiko e Noboa appartengono contemporaneamente alla lista dei “figli di papà” e a quella dell’“ondata” a destra.
Come ricordato, Arévalo e Paz Pereira, a parte avere un profilo centrista, sono entrambi figli di presidenti riformisti, anche se questo riformismo fu visto dalla Cia in maniera opposta. In Guatemala, come ricordato, gli interessi della United Fruit armarono la deposizione armata del successore di Arévalo padre con le accuse di “comunismo”, anche se Mario Vargas Llosa nel suo penultimo romanzo spiega che era una calunnia, e che semmai fu l’indignazione per l’operato della Cia a far crescere in America Latina l’indignazione anti-Usa e a dare spazio al comunismo. In Bolivia invece due anni prima la Cia aveva appoggiato la rivoluzione guidata dal prozio di Paz Pereira, che aveva fatto una radicale riforma agraria e nazionalizzato le miniere di stagno. Oltre a far inventare come simbolo di integrazione nazionale quella “musica andina” che nel decennio successivo il Partito Comunista del Cile avrebbe promosso contro l’uso della musica tradizionale cilena da parte della destra, e dopo il golpe di Pinochet sarebbe poi diventata trendy in Italia con gli esuli Inti Illimani. Il progetto originario della Cia di prevenire il comunismo con politiche riformiste tipo quelle delle riforme agrarie in Italia e Giappone fu spesso complicato sia dalle oscillazioni tra le diverse amministrazioni, sia dal particolare se gli interessi di multinazionali Usa ne fossero o meno toccati. Per cui, ad esempio, appunto in Cile prima gli Usa appoggiarono la riforma agraria del democristiano Eduardo Frei; poi avversarono la nazionalizzazione del rame del socialista Salvador Allende, fino a sostenere il colpo di Stato dell’11 settembre 1973.
Ciò, peraltro, non impedì ai militari boliviani di continuare a far golpe a ripetizione anche senza incoraggiamenti Usa, secondo una atavica tradizione nazionale. Il padre di Paz Pereira fu dunque esule, ebbe un fratello che morì combattendo come guerrigliero guevarista, fu vittima del già citato attentato che gli lasciò il volto sfregiato, fondò un partito che aveva il nome estremista di Movimento della sinistra rivoluzionaria ma poi si fece ammettere nella Internazionale socialista, fu vicepresidente di un governo di fronte popolare, fu poi presidente grazie all’appoggio di un ex-dittatore militare di destra. Suo figlio è stato ora eletto con l’etichetta di democristiano. Anche Abinader ha ereditato dal padre un profilo socialdemocratico. L’uruguayano Lacalle era invece di destra ma non trumpiana, a differenza di Bolsonaro figlio.
Quello che c’è in comune è che sia l’ondata a destra che quella dei figli di papà hanno come protagonisti personaggi che si presentano come outsider rispetto alle forze politiche tradizionali, anche di destra. E’ la variante locale di una evoluzione che sta toccando un po’ tutte le democrazie, e che si alimenta di una sempre più diffusa sensazione di insicurezza. Non solo in relazione agli allarmi di delinquenza e immigrazione incontrollata, anche se quelli sono tra i motivi che comunque pesano di più. Anche avere un cognome famoso può però paradossalmente aiutare a fare questa sfida, anche se molti problemi dell’America Latina dipendono proprio dalla struttura oligarchica e familista della società. Il classico serpente che si morde la coda. ““In America Latina, i legami familiari riguardano circa il 20 per cento dei politici che abbiamo analizzato”, ha dichiarato alla Cnn Mónica Montaño, ricercatrice e coordinatrice dell’Osservatorio politico-elettorale dell’Università di Guadalajara, in Messico. “Si può dire che sia tanto o poco, ma è rilevante. E’ ancora un’attività non completamente professionalizzata e soggetta ai vantaggi offerti dalla famiglia, dall’élite e dalle reti di potere”, ha aggiunto. Insomma, “un’élite opera con il capitale familiare, con tutti i vantaggi a disposizione di chi è cresciuto in una famiglia ben inserita, con un cognome che ha un certo peso e prestigio”. E in politica, come nel marketing avere un cognome noto “è il primo passo per vendere un prodotto: quante persone conoscono il marchio, e i cognomi diventano un marchio. Essere famosi ti dà un vantaggio sugli altri”, anche se è un logo che non può essere gestito sempre allo stesso modo.
Per la campagna elettorale del 2023, ad esempio Noboa Jr., già eletto in parlamento nel 2021, adottò una posizione ostile al presidente chavista Rafael Correa che era simile a quella del padre, ma non lo incluse attivamente nei suoi eventi di campagna. Puntò piuttosto a proiettare un’immagine più giovane e moderna, con un approccio tecnico, formatosi negli Stati Uniti, e meno populista. Però in una campagna elettorale breve come quella di quell’anno, a causa del decreto di “scioglimento incrociato” con cui il governo di Guillermo Lasso indisse elezioni straordinarie, avere un cognome noto era fondamentale. Noboa ha anche una doppia eredità politica: sua madre, l’attuale deputata Annabella Azín, è stata parlamentare per alcuni mesi nel 2007 e dirige la Fondazione Nuova Crociata per l’Umanità, le cui brigate mediche e il lavoro a favore della comunità rappresentano un importante capitale sociale.
Anche nel caso peruviano il cognome Fujimori comportava sia vantaggi che svantaggi. Da una parte, i suoi sostenitori ricordavano la fine dell’iperinflazione e la sconfitta di Sendero Luminoso. Dall’altra, i suoi rivali ricordano le violazioni dei diritti umani o la classifica di Transparency International che lo annovera tra i leader più corrotti. Per tre volte quindi Keiko dopo essere arrivata al ballottaggio fu sconfitta dalla convergenza delle forze ostili al padre, anche se sempre meno convinta. La terza volta, in particolare, contro un avversario di sinistra in odore di chavismo aveva avuto perfino l’appoggio di Mario Vargas Llosa, il grande nemico del padre. Così, la quarta volta ce l’ha fatta, sia pure di misura. Lei aveva iniziato a fare politica da giovane con l’essere investita dal padre del ruolo di primera dama dopo la separazione della madre, che inferocita per una relazione extraconiugale del marito si era perfino fatta eleggere deputata con un partito di opposizione. Una rottura grave ci fu pure tra Keiko e il fratello, che si è fatto un partito per conto suo. Lei rispetto all’eredità del padre ha avuto una linea a geometria variabile: a volte rivendicandolo; altre volte condannandone gli errori. Ma alla fine nel giorno del suo insediamento ha lasciato ogni remora, e sui social ha dedicato l’evento alla sua memoria: “milioni di persone ti portano nel cuore”.
Paz Pereira, invece, ha sempre usato la figura del padre come risorsa, anche se si è candidato con un altro partito. Peraltro aveva iniziato la sua carriera politica già nel 2002: prima deputato; consigliere comunale e sindaco di Tarija; infine senatore. L’86enne genitore non è stato una presenza costante nella campagna elettorale, ma è apparso in alcuni eventi e video al fianco del figlio, offrendo consigli e sottolineando l’importanza dell’esperienza. Da parte sua, Paz Pereira ha difeso la tradizione politica del padre, pur insistendo nel mettere in risalto il proprio percorso professionale.
Anche Arévalo ha riconosciuto in un’intervista che il suo cognome “ha aperto porte e cuori”, ma ha sottolineato: “io non sono mio padre. Sto seguendo le sue orme e voglio che tutti noi le seguiamo, ma io non sono Juan José Arévalo, sono Bernardo Arévalo, e il mio compito è salvaguardare la sua eredità”. E anche Abinader riconosce di aver ereditato la vocazione politica e che suo padre lo ha incoraggiato a intraprendere questa strada fin da giovane.
Ma la lista dovrebbe ampliarsi, sfondando a sinistra. In Argentina come possibile candidato peronista è stato indicato il deputato Máximo Kirchner, figlio di due ex-presidenti: il Néstor Kirchner e la incarcerata Cristina Fernández de Kirchner. In Honduras i figli degli ex presidenti Manuel Zelaya e Xiomara Castro sono stati identificati come potenziali contendenti per la sinistra. E ci sono anche i contesti autoritari. In Nicaragua, con Daniel Ortega presidente e la moglie Rosario Murillo co-presidente, ben otto loro figli sono stati infilati nelle leve del potere, malgrado una legge che vieta espressamente la nomina di parenti entro il quarto grado di consanguineità e il secondo grado di affinità a istituzioni gestite da funzionari pubblici. E anche a Cuba le nuove generazioni della famiglia Castro sono in prima linea. Raúl Guillermo Rodríguez Castro, figlio della figlia maggiore di Raúl Castro, è ufficialmente guardia del corpo del nonno, ma di fatto un uomo d’affari dai molteplici interessi, che è ora divenuto uno degli esponenti del regime con cui l’Amministrazione Trump sta trattando. Ma un altro coinvolto nei negoziati con l’amministrazione Trump è il generale di brigata Alejandro Castro Espín, unico figlio maschio di Raúl Castro. E c’è pure Óscar Pérez-Oliva Fraga, la cui nonna era una sorella maggiore di Fidel e Raúl Castro: attualmente vice primo ministro e ministro del commercio estero e degli investimenti esteri, artefice di alcune delle riforme economiche che il regime sta tentando.