I sommersi e i salvati che non rivogliamo indietro, mentre nei Cpr si muore

Mentre tra Roma e Berlino si consuma lo scontro sull'accordo che rivede Dublino, un altro migrante dimenticato muore a Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza

14 AGO 26
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Foto Ansa

Fareste molto male a non leggermi oggi. Vi faccio entrare in un posto proibito.
Ieri infatti rimuginavo con ripugnanza sulla risposta che i governanti italiani hanno scelto di dare alla decisione tedesca di rimandare migranti sbarcati da noi dopo l’effetto dell’accordo che rivedeva Dublino (circostanza nella quale una singola migrante è diventata finalmente una persona, donna e somala, con nome e cognome, col titolo di Prima Rimbalzata da un confine all’altro): la replica italiana investe le imbarcazioni di soccorso in mare battenti bandiera tedesca, che dunque per equità dovrebbero sbarcare i salvati a Brema o ad Amburgo, oppure smettere di salvarli, mutandoli in sommersi. I sommersi e i salvati, vi ricordate. Ed ecco che all’improvviso un cittadino di Palazzo San Gervasio (4.200 persone, dev’essere un bel paese, provincia di Potenza) di nome Gervasio, telefona a Radio 3 per parlare accoratamente della morte di un “ospite”, il 6 agosto, nel locale Cpr, sicché “la Città ne parla” viene dedicata al tema. (Nello stesso Cpr era morto nel 2024 il diciannovenne algerino Belmaan Oussama, che aveva già ingoiato vetri e tentato suicidi, era stato ricoverato in ospedale, e riportato indietro a completare l’opera, lui in un 5 agosto). Ho ascoltato con trepidazione: un bravo e franco avvocato, una garante locale dei diritti dei detenuti molto rispettosa delle autorità competenti salvo un ripensamento, altre voci esperte e sensibili come quella di Annalisa Camilli. Io avevo un gran vantaggio sui quasi 60 milioni di italiani che non ne sanno niente, a parte chi avesse seguito lo Speciale giustizia di Sergio Scandura per Radio Radicale. Nel Cpr di San Gervasio, dove il tunisino trentenne, “L. Dhui”, è morto, spero suicida – “un gesto riconducibile a un tentativo di impiccagione utilizzando un indumento… ma il giovane è poi caduto al suolo” – è poi scoppiata “una rivolta”. Nei Cpr sono recluse, come forse sapete, persone che non hanno commesso alcun reato, nell’agonia dell’attesa del rimpatrio. In detenzione “amministrativa”, formula famigerata. Le condizioni generali dei Cpr, a suo tempo chiusi poi riaperti e che oggi si vorrebbero moltiplicare, sono tali da far invidiare le vere galere, di cui sappiamo.
Ebbene, un’indagine che, se non ci se ne vergognasse, si direbbe “coraggiosa” – infelice il paese che deve chiamare coraggio la dignità – promossa dall’allora procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, oggi a Catania, denunciò il metodico ricorso a torture, maltrattamenti aggravati, frodi nella gestione privata e monopolistica delle forniture, e nell’altro monopolio delle difese legali a un unico studio, e simili orrori, per 26 capi di imputazione a carico di 27 funzionari, poliziotti, medici, imprenditori, legali… Il processo, con gli imputati ridotti a 17, si aprì finalmente nel settembre scorso, e la prima vera udienza testimoniale si è svolta lo scorso 2 luglio. E’ stata ascoltata Maria Carmela Senatore, cui da colonnello della polizia locale era stata affidata la guida dell’inchiesta in qualità di polizia giudiziaria (oggi è nella polizia di stato). La testimone ha parlato con una calma, precisione e sicurezza che fanno venire i brividi, di cose che fanno venire i brividi. In un’aula di tribunale in cui, salva la Radio radicale, c’era solo la Rai regionale, e non altri rappresentanti della stampa (quella stampa cui è vergognosamente vietato l’ingresso nei Cpr: qui non è vietato).
Devo finire, per oggi. Raccomando, a mo’ di esempio, i minuti in cui Senatore riferisce come agli “ospiti” venissero somministrati, senza alcuna – obbligatoria – informazione, farmaci di basso prezzo e di formidabile efficacia drogante e ottundente, e rischio estremo. Il Rivotril, per esempio (a base di clonazepam, di benzodiazepine ad azione prolungata), indicato ufficialmente per il trattamento dell’epilessia. Costa solo 2 euro, rende molto. Molti “ospiti”, ignari di composizione ed effetti, lo trovavano però appropriato alle sopraffazioni degli agenti e all’infamia delle condizioni di vita. A volte glielo diluivano, sempre senza informazione ai “pazienti”, completando la dose con un po’ di acqua calda, un “effetto placebo fatto in casa” – e un risparmio ulteriore. Un altro uso era quello del Serenase nel latte della prima colazione – quell’antipsicotico per schizofrenia e paranoia conclamate veniva spacciato a tre reclusi, nessuno dei quali nemmeno remotamente sintomatico: non si erano mai rivolti all’ambulatorio del centro – tranne uno, a chiedere uno spray nasale. Fra gli effetti possibili: aritmie anche mortali. Gliene davano 40 gocce, poi 80 e poi fino a 120 nel giro di una settimana…
Il trentenne di lunedì dormiva all’aperto, in un avanzo di campo di calcetto, dove poi è morto. Anche altri si buttano là. L’acqua da bere c’è, in un contenitore, a più di 40 gradi. Non si può dire, al Cpr di San Gervasio, che manchi l’acqua calda. Per la rivolta ieri sono stati denunciati in otto e arrestati tre giovani, un algerino e due marocchini: forse si sono guadagnati l’invidiato posto in una vera galera.