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Sebastiano Timpanaro e il lapsus freudiano che riguarda tutti
Interpretazioni filologiche e vissuti personali si intrecciano dietro il sonetto di Ugo Foscolo, “In morte del fratello Giovanni”
12 AGO 26

Foto ANSA
Poche attività sono appassionanti come la filologia, anche e forse soprattutto per chi, profano, la frequenti rispettosamente ma senza soggezione. Dunque l’altro giorno stavo rileggendo il testo da me prediletto di Sebastiano Timpanaro su “Il lapsus freudiano. Psicanalisi e critica testuale”, e mi sono fermato alle pagg.21 e 22, dove si trattava del celebre sonetto (catulliano) di Ugo Foscolo “In morte del fratello Giovanni” (1803). Dopo Leopardi, Foscolo è il poeta italiano ottocentesco più rivendicato da Timpanaro. Il fatto è che lo studio sul lapsus, uscito nel 1974 per La Nuova Italia, e ripubblicato nel 2002 da Bollati Boringhieri per la eccellente cura di Fabio Stok, è un increscioso caso di alluvione di refusi, cioè di un argomento cruciale per la ricerca di Timpanaro. Il quale era filologo formidabile, ma anche correttore di bozze per professione e missione; e i cosiddetti errori di stampa sono l’equivalente degli errori dei copisti negli antichi codici. Sono così madornali, gli errori della nuova edizione, che si stenta a crederli. Per esempio, in una nota, il primo verso di un altro famoso sonetto del giovane Foscolo, “Non son chi fui, perì di noi gran parte”, diventa due volte: “Non son qual fui, però di me gran parte”, invece che “Non son chi fui, però di noi gran parte“! Un fratello minore del poeta, ventenne, provato dalla malattia e da debiti di gioco, si è probabilmente avvelenato a Venezia, e Foscolo, in esilio, non può esser vicino a lui e alla madre. Scrive Timpanaro: ” Per molto tempo, da ragazzo, io credetti che nel sonetto In morte del fratello Giovanni il Foscolo avesse scritto: ’mi vedrai seduto / su la tua tomba, o fratel mio’, invece che ’su la tua pietra’, una evidente banalizzazione (pietra nel senso di pietra tombale non appartiene al linguaggio comune) che avevo compiuto inconsciamente, forse fin dalla prima volta che mi era toccato imparare a memoria quel sonetto”. A Timpanaro interessava esemplificare una correzione dovuta alla banalizzazione, da contrapporre polemicamente alle sovrainterpretazioni freudiane del lapsus. (E anche in questo punto si infila il “mi” vedrai seduto invece del “me” vedrai seduto... Timpanaro intanto era morto). Anch’io avrei ricordato “tomba” invece della più preziosa “metonimia”, come si chiama, “pietra”.
Se siete arrivati fin qui vi chiederete dove voglia andare a parare. Ecco: io fui e sono fratello minore di un maggiore che si chiama Giovanni - affabilmente, Gianni. E quando ero piccolo, e mi imbattei per la prima volta nel sonetto foscoliano, “In morte del fratello Giovanni”, ne ebbi una specie di minaccia, un senso di colpa, e una renitenza a recitarlo. Qualcosa del genere mi successe quando venni a sapere dell’avvertimento evangelico a “chi avrà detto raca a suo fratello, sarà sottoposto al Sinedrio, e chi gli avrà detto pazzo sarà sottoposto al fuoco della Geenna”. Ammonimento spaventoso, finché un giorno, deciso a mettere me e il resto alla prova, dissi piano: “Raca” a mio fratello Giovanni. Non successe niente. Più tardi appurai che voleva dire più o meno: “Chi avrà detto scemo a suo fratello…”. Bene. La conclusione è che Gianni, il mio fratello maggiore e migliore, oggi tocca i novant’anni, e ho la fortuna di scrivere una piccola posta “In vita del fratello Giovanni”.