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Piccola posta •
I libri triturati e la morte del testo scritto, dell’errore e della filologia
Fino a che punto arrancheremo per star dietro all’AI? Dai romanzi fabbricati dall’intelligenza artificiale alle firme inventate sui social, la nuova concorrenza delle macchine non è alla creatività ma alla fiducia
6 AGO 26

A lato delle vecchie cose cattive, massacri di inermi, fughe a nuoto o in barcacce che fanno acqua, elogi dell’art.3 comma 2 sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza e ricavi miliardari di Space X raddoppiati nel trimestre e così via, passa in second’ordine la concorrenza delle dubbie cose nuove, il romanzo di prossima uscita venduto ovunque come un best seller e disdetto in extremis perché parzialmente prodotto con l’intelligenza artificiale, le biblioteche intere pubbliche e private comprate dall’AI per nutrirsi dei contenuti dei libri slogandone le costole e scerpandone e triturandone le pagine, la lettera aperta a Meloni del mio amico Agostino Sella, Piazza Armerina, 2000 like, fatta passare per opera di Gustavo Zagrebelsky, Torino, 50.000 like, il raccapricciante intervento non richiesto dell’AI che vuole rispondere su Whatsapp prima di me e al mio posto agli auguri che ho ricevuto per il compleanno, e le pagine vetrina dei già grandi giornali quotidiani a stampa pieni di errori vistosi perfino nei titoli e nei sommari.
Benché due o tre volte alla settimana io ripassi la definizione di algoritmo, e ne ami il suono, tre volte tante la dimentico, come cercare di abbracciare un’ombra nell’Ade, e del resto continui a non impiegare ed essere impiegato – volontariamente, almeno – dall’AI, me ne sono fatto un’idea essenziale. Le rassicurazioni che non potrà mai sostituire e tantomeno surclassare l’intelligenza umana mi sembrano del tutto improbabili e infantilmente consolatorie. Tutto quello che viene detto a riguardo, in una rincorsa sempre più trafelata all’avanzata delle varie versioni dell’AI, non va letto come un “non” – “non potrà mai...” – ma tutt’al più come un “non ancora” - “non può ancora”. Dobbiamo smetterla di chiederci fino a che punto miglioreranno le macchine al nostro servizio, e chiederci piuttosto fino a che punto saremo in grado di arrancare noi per migliorarci al loro servizio.
Immaginate di avere il testo di “A Silvia”, di Giacomo Leopardi a portata di clic. Ma che non esista più, o non sia esistita, la pagina manoscritta, quella che si compra in cartolina a Recanati o a Napoli, dove gli sguardi incerti sono depennati in favore degli occhi tuoi ridenti, e rimembri arriva dopo aver superato sovvienti e rammenti, e la fredda morte ed una tomba ignuda al posto di un sepolcro deserto, inonorato.
L’aspetto della questione che più mi turba dall’avvento della scrittura digitale, che è già preistoria, è infatti la scomparsa della filologia, almeno del suo riferimento ai testi contemporanei, che non prevedono versioni successive e varianti ed errori, dal momento che la versione finale ha cancellato tutto ciò che precede, o l’ha sommerso in un pozzo del web dal quale potrà farlo risalire solo l’eventualità di una indagine criminale, nel caso che ci succedesse di essere assassinati, o assassini, o soci di una bisteccheria. Il correttore di bozze poi, il fratello gemello e nobile del filologo – come nella figura magnanima di Sebastiano Timpanaro – è espulso e irriso dal correttore automatico, che fornisce agli eventuali autentici autori o autrici degli svarioni un alibi impudente. Moltiplicazione di refusi triviali coincidente con la riduzione di manodopera, e parallela sostituzione etica (mi raccomando: etica) di traduttrici e traduttori umani con traduzioni artificiali, da qualunque lingua, da qualunque idioletto, solo “non ancora” perfezionate.
Vedo che cultrici e cultori della filologia classica e romanza e di qualunque filologia si pongono da tempo il problema, e trovano modi ingegnosi e a volte geniali di assicurarsi una collaborazione con le macchine. Può succedere con Omero, con Platone, con il Roman de la Rose. Savinio raccomandava di conservare i refusi, e sulla sua scia Sciascia. McLuhan tenne il titolo sbagliato dal proto: Il medium è il massaggio... La soppressione degli errori sarebbe noiosa come un delitto perfetto. La filologia vive degli errori, e non può sopravvivere senza. I programmi dell’AI sono ancora – per poco – rudimentali, o meglio ingenui, e preferiscono la lectio facilior, la lettura più banale, a quella più difficile, che è quasi sempre quella giusta. Ma impara. Le spieghi che deve riconoscere la lectio difficilior, e preferirla. Se l’errore non c’è, glielo inventi. Per insegnarglielo, filologi umani infilano artificiosamente degli errori nei testi e sfidano le macchine a scoprirli: imparano alla svelta. Qualcuno confondeva il Premio Strega col Premio Stresa: bei tempi. Ora si disdice il contratto allo scrittore che ha fatto ricorso all’AI – c’era un pezzo spiritoso di Beppe Cottafavi sul Domani di martedì – presto si riserveranno i premi all’AI escludendone gli apporti umani. Per non parlare delle giurie.