Perché Machiavelli rappresenta il suo Principe in Achille, e non in Ulisse

La forza, l’astuzia e la piega omerica dell’estate 2026

11 AGO 26
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Niccolò Machiavelli (1469-1527, foto Getty)

Si era cominciato con l’annuncio vecchio ma sensazionale per i più: l’Itaca di Odisseo non era un’isolaOmero non la chiama mai esplicitamente “circondata dal mare”. Però Telemaco ironicamente un paio di volte dice al nuovo arrivato (suo padre, peraltro): Non credo che tu sia venuto a piedi. L’unico posto in cui non si può arrivare a piedi è un’isola, se non si cammini sulle acque.
Che quest’estate abbia preso una piega omerica, anche per chi sia rimasto a casa, è una consolazione liceista. Intanto, siccome l’Odissea è anche (“anche”: è moltissime cose, infatti) la storia in 41 giorni di uno che torna a casa vent’anni dopo e che deve riprendersi il potere che gli è stato oltraggiosamente usurpato, abusando dei suoi beni e mettendo in palio la sua donna – la “sua donna” non è una posta, è il cuore stesso del potere, come già Elena nella puntata precedente – mi sono chiesto che cosa abbia dissuaso Niccolò Machiavelli dal fare di Ulisse il campione del suo Principe. Non sono in grado di controllare, ma mi pare che Machiavelli non nomini Ulisse né nel Principe né nei Discorsi, benché a differenza di Dante conosca l’Odissea e l’Iliade. (Nel poema incompiuto L’asino, in terzine dantesche, tenta bensì una parodia satirica in cui è lui nei panni di Odisseo accanto a una seducente ancella di Circe).
Nel capitolo XVIII Machiavelli sceglie di rappresentare il Principe in Achille, come l’eroe in cui esemplarmente si uniscono astuzia e forza. E’ la magnifica pagina, molto appropriata alla lettura aggiornata, in cui, reso l’omaggio d’ufficio alla “laudabile” intenzione di “mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia / … / nondimeno si vede per esperienzia… quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini... Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perché il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo. Questa parte è stata insegnata a’ Principi copertamente dagli antichi scrittori, i quali scrivono come Achille e molti altri di quelli Principi antichi furono dati a nutrire a Chirone Centauro, che sotto la sua disciplina gli custodisse; il che non vuol dire altro l’avere per precettore un mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a un Principe sapere usare l’una e l’altra natura… Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. … E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perché sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro… Perché il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con l’evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo…”.
Ora, si direbbe, io almeno direi, che Achille stia soprattutto in sul lione, e meno sulla volpe. E perciò sembra corrispondere meglio alla conclusione dell’altro gran capitolo, il XXV, quello sulla Fortuna: “Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano”. Ma se si restasse alla miglior combinazione fra forza e astuzia, fra volpe e leone, la palma dovrebbe andare a Ulisse. Forte alle armi – nel tiro all’arco secondo solo a Filottete, e fra poco ne darà prova saettando i più di cento principi proci e i loro servitori – e favoloso per l’astuzia, polymetis: autore dell’inganno del cavallo, e soprattutto, poiché l’astuzia di chi pazienta aspettando di riprendersi il potere e la vendetta è soprattutto simulazione e dissimulazione. E nessuno ne è capace quanto l’Ulisse straccione che sopporta – polytlas, per una volta direi l’odioso “resiliente” – scherno e botte degli usurpatori.
Allora perché Machiavelli non ha preferito lui? Non so, azzardo, altri avranno risposto più meditatamente, forse. Forse pesa l’Ulisse dantesco, consigliere fraudolento e però tutto teso al folle volo della conoscenza. Più semplicemente, direi, l’opportunità del ricorso al Centauro Chirone, metà uomo metà bestia, la più bella incarnazione delle due nature. Troppo bella perché Machiavelli rinunciasse.
Poi, si può continuare. Achille è giovane e impetuoso per eccellenza – fosse per lui, ammazzerebbe Agamennone con un colpo solo. Ulisse si è fatto più che quarantenne, almeno. E la Fortuna, arbitra di poco più della metà delle azioni nostre, nell’Odissea è Atena, che ha scelto da che parte stare, e di cui non si può nemmeno immaginare di volerla tenere sotto, e batterla e urtarla, senza esserne inceneriti.