Roggero e Fakir. La grazia, la disgrazia e l’anfiteatro Flavio

I tre rapinatori della gioielleria di Grinzane Cavour erano italiani. Di un marocchino, italiano di residenza da quando aveva cinque anni, si trattò domenica a mezzogiorno al Pilastro, a Bologna. Il colore e la nazionalità sono solo una carta in più per finire con la testa schiacciata a terra

20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 18:19
Immagine di Roggero e Fakir. La grazia, la disgrazia e l’anfiteatro Flavio

Foto ANSA

I tre rapinatori della gioielleria di Mario Roggero, il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, erano italiani. Non erano giovani. Giuseppe Mazzarino aveva 58 anni, moglie e due figli piccoli. E’ il primo a morire sotto i colpi di Roggero. Andrea Spinelli, 44 anni, colpito, scappa, inciampa, mentre giace sul marciapiede viene raggiunto da Roggero che gli sferra calci in testa, muore. Alessandro Modica, l’autista, 34 anni, è colpito a una gamba, riesce a fuggire, si presenta a un pronto soccorso e viene arrestato. Patteggia una condanna a 4 anni e dieci mesi, ha finito di scontarli, vive in Liguria. Da detenuto, aveva presenziato a qualche udienza dei processi a Roggero. Il quale ora è lui in carcere, “un uomo onesto, che a 72 anni non merita di condividere una cella con veri criminali”, ha deprecato Salvini. Roggero, leggo, è in cella con un detenuto con precedenti “per narcotraffico”, della cui accoglienza si è congratulato. Il carcere, turpe com’è – non lo si saprà mai abbastanza, chi non lo prova – offre alcune occasioni. Per esempio quella di conoscere persone che stanno dentro per la causa contraria a quella che ci ha provvisoriamente portato Roggero, cioè come tentati rapinatori. Si può immaginare che, con una piccola riduzione del divario temporale, e una distrazione degli amministratori condominiali, Roggero si trovasse a condividerlo con il sopravvissuto alla sua vendetta. O, com’è possibile, un analogo. Un rapinatore senza arte né parte, come i tre di quel maledetto giorno, armati di un coltello e una pistola giocattolo di cattiva fattura, che per di più al momento di fuggire col bottino lasciarono coltello e pistola giocattolo sul bancone della gioielleria, dunque Roggero li inseguì sapendoli disarmati.
Per giunta, come i processi sottolinearono, l’auto con cui erano arrivati aveva solo due porte, che non è una buona idea per far salire tre malviventi in fuga, ed era parcheggiata col muso al marciapiede, invece che al contrario. Sprovveduti. I rapinatori di una volta, quelli provveduti, artisti senza banda, escludevano a priori di far finire nel sangue le loro imprese. Dunque Roggero avrebbe potuto, potrebbe, fare esperienza di simili persone, passeggiare con loro all’aria, bere il loro caffè, ascoltare e raccontare storie, riconoscerli come propri prossimi. Per esempio, vedere come avrebbero reagito alla notizia che qualcuno, di loro conoscenza, era morto ammazzato da un gioielliere in un tentativo azzardato di rapina. A me successe, uno che sembrava il più inerme, finalmente uscì in permesso e azzardò la più balorda delle rapine. “Si è suicidato”, commentò chi lo conosceva. Ho detto questo perché la compiaciuta cancellazione di ogni pietà umana nei confronti dei tre rapinatori e vittime di Roggero fa molta impressione, e costringe oltretutto a chiedersi che cosa sarebbe stato se si fosse trattato di tre albanesi, o romeni, o nigeriani.
Di un marocchino, italiano di residenza da quando aveva cinque anni, ora 43enne, si trattò domenica a mezzogiorno al Pilastro, a Bologna. “Il Pilastro – riassume il mio amico Beppe – è un rione malfamato. Il 35 per cento delle persone tra i 15 e i 29 anni non lavora e non studia, l’abbandono scolastico sfiora il 20 per cento. Su 7.000 abitanti oltre 2.000 provengono da 35 nazioni diverse. La gran parte dei migranti quando vede un’auto della polizia o dei carabinieri teme di venire fermata (e spesso succede e non tutti hanno i documenti in regola). Credo che sia questa la motivazione principale per la quale nessuno sia intervenuto e, anzi, almeno uno si sia dato da fare per aiutare la polizia a bloccarlo. Ma è solo un’ipotesi”. Gli avevo chiesto come mai nessuno avesse provato a mettere la propria voce e il proprio corpo fra gli agenti e il disgraziato Abderrahim Fakir che scongiurava di smettere e gemeva “Basta, aiuto, aiuto”. Come George Floyd, hanno detto tutte, tutti. Come Riccardo Magherini, il giovane magnifico fiorentino immobilizzato al suolo per 13 minuti – poi più – dai carabinieri il 3 marzo 2014: “Aiuto! Sto morendo!”. Come il magnifico diciottenne Federico Aldrovandi, a Ferrara, il 25 settembre 2005, che urlava di notte, e ne morì ammanettato dagli agenti di polizia. Perché un piccolo errore di ottimismo ha fatto la brava avvocata di Fakir, Barbara Spinelli, quando ha scritto: “Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione e identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi”.
Infatti, il colore e la nazionalità sono solo una carta in più per finire con la testa schiacciata a terra. Da quando, domenica sera, altro che finale Spagna-Argentina, avevo visto il video del Pilastro, mi chiedevo come si possa stare a un mondo, il nostro mondo migliore, a Bologna, con un uomo che implora Basta Aiuto, e due diligenti poliziotti più un volontario a torso nudo che gli si adoperano addosso, per ammanettarlo dietro la schiena, per premergli la faccia contro l’asfalto rovente, per – il volontario – legargli anche i piedi con le fascette, ma è già morto, e l’agente che gli teneva il ginocchio sul collo può tirarsi su, sollevare la testa e lasciarla ricadere, due volte, infine alzarsi, stropicciarsi i guanti impolverati e decretare tranquillo: E’ andato. Nei filmati, qualcuno stava attorno, qualcuno si muoveva di qua e di là, gli uomini della croce rossa, lo scrivo minuscolo oggi, assistevano, salvo raccogliere cortesemente qualche oggetto sfuggito agli agenti o al morituro, e mi chiedevo come fosse possibile. Che nessuno rispondesse a una richiesta di aiuto. E la gente? Stava alla larga perché li aveva chiamati lei, la gente, dato che con quella temperatura dava, come si dice, in escandescenze? – “davo incandescente”, mi disse un ragazzo compagno di un’altra galera. O era la dissociazione fra i vulnerabili: se la prendono con uno più vulnerabile di me, sto da parte, lascio che muoia, mi riservo di manifestare più tardi, quando saremo più numerosi, lui sarà morto dunque difendibile, e i poliziotti saranno andati via… E poi ho il problema con chi fa i video, quasi più che con i sanitari vigliacchi. Preziosi, i video, con l’ICE o con Santa Maria Capua Vetere o col Pilastro, ma mettono anche al riparo. Mi sono ricordato che nel 1985, per un avvenimento triestino, un giovane (un “autonomo”, non importa rifarne il nome) sparato con sette colpi e agonizzante, avevo intitolato un articolo: “Sull’ammanettamento tempestivo dei morenti”. C’è un’obbligazione morale tassativa quanto il diritto alla legittima difesa: la difesa della vita minacciata altrui, senza di che c’è l’omissione di soccorso. In una piazza del Pilastro, in mare. Ma tutto questo interrogarsi che evoco, com’è possibile eccetera, sono tutte balle. La domanda è una sola: che cosa farei, che cosa avrei fatto? Non voglio rispondere, benché possa rifarmi a qualche esperienza vissuta. Non so che cosa farei: so che cosa dovrei fare caso mai, vergognarmi. E so anche che si dice “vergognarsi come un ladro”, eh, magari! Vergognarsi come uno che ha ascoltato invocare Aiuto da un morente, per di più, questa volta, innocente di tutto, anche di un luglio dal caldo record.
Postilla: ho letto migliaia di commenti Facebook. Su Roggero e su Fakir, la grazia e la disgrazia. L’anfiteatro Flavio.