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di Adriano Sofri

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una chiacchierata con Carlo Ginzburg

Gran barba o testa calva per una filologia della regola e dell’eccezione

Da Garboli a Ginzburg, passando per i benandanti: una conversazione bolognese tra filologia, anomalia e la piazza di Budapest

di
15 APR 26
Immagine di Gran barba o testa calva per una filologia della regola e dell’eccezione

Carlo Ginzburg durante la conferenza stampa in occasione della donazione di lettere, manoscritti e documenti appartenuti a Leone Ginzburg (foto Ansa)

Di ritorno da Milano, mi sono fermato a Bologna da Carlo Ginzburg, e così gli ho raccontato com’era andato l’incontro su Carlo Cecchi, e l’uso che avevo fatto del suo scritto sulla lunga tenzone intellettuale di Cesare Garboli (1928-2004) con Gianfranco Contini (1912-1990). “Negli ultimi trent’anni – aveva scritto Ginzburg – nessuno ha usato la lingua italiana come Garboli: con un’energia, una spavalderia, una contagiosa allegria paragonabili alle sue. Leggere i suoi libri… è una sorgente di pura gioia”. Ho cautamente accennato al dispiacere che Contini potesse uscire rimpicciolito da quel corpo a corpo – non ce n’era bisogno. Ginzburg è tornato su un episodio del suo primo anno di normalista (1957-1958), quando aveva assistito a un seminario di Contini – l’aveva ricordato molti anni fa nel saggio su “Streghe e sciamani”. Contini si era interrotto per raccontare un aneddoto su due filologi romanzi francesi, uno con una gran barba, l’altro glabro e col cranio lucido. Il primo era costantemente in cerca di irregolarità ed eccezioni nei testi studiati, e appena ne trovava una si lisciava la barba compiaciuto e mormorava: “C’est bizarre”. L’altro, al contrario, cartesiano, mente lucida quanto calva la testa, si sforzava di riportare ogni incidente del testo alla norma, e quando gli sembrava di esserci riuscito si stropicciava le mani: “C’est satisfaisant pour l’esprit”. L’aneddoto serviva a incarnare il contrasto fra anomalia e analogia, e Ginzburg aveva concluso a suo tempo, in un bilancio provvisorio del suo studio della stregoneria, che anomalia e analogia, eccezione e regola, sono in realtà complementari, e tuttavia, non solo per una predilezione psicologica, ma per la convinzione che la violazione della norma contiene in sé anche la norma, mentre non è vero il contrario, la sua strada era stata quella dell’anomalia. Da un periferico documento anomalo – sulle credenze dei benandanti friulani – fino alla decifrazione del sabba sulla scala smisurata dello spazio eurasiatico. Tre paginette trovate per caso in un archivio veneziano da cui erano venuti “I benandanti” e poi “La storia notturna”. Carlo G. del resto mi riraccontava ieri l’aneddoto soprattutto per il piacere di carezzarsi la lunga barba che non ha e sfregarsi le mani, e imitare il piacere dell’uno per la bizzarria e dell’altro per la soddisfazione dello spirito. Però poi ha accennato: io sono stato per l’anomalia, anche se, forse…
Fra le cose che mi piacciono di più di Carlo G. sta la disposizione a tornare sui propri passi e alla curiosità di leggere fra le righe dei propri stessi scritti, per ritrovarvi indizi di cui a suo tempo non si era reso pienamente conto, e che lo mettono di fronte all’alternativa – anche questa in fondo complementare – fra il lapsus freudianamente rivelatore e quello “meccanico” rivendicato dal Timpanaro filologo e correttore di bozze. Anch’esso rivelatore ma nel modo oggettivo della neurofisiologia: il pozzo dall’orlo del quale Freud guarda in basso e dal fondo del quale Pavlov risale verso l’alto. Carlo G. l’ha appena rifatto tornando al suo originario, ininterrotto e affettuosissimo debito con il Marc Bloch dei “Re taumaturghi”, del “Testamento”, dell’ “Apologia della storia o il mestiere dello storico”, della “Guerra e le false notizie”…
Poi siamo passati a parlare delle vere notizie dall’Ungheria, di quella enorme piazza di ragazze e ragazzi, di com’è bella Budapest. Luisa, che era uscita a comprare qualcosa, è tornata in tempo per dirci che aveva pianto anche lei per il biondino Nemecsek, e forse l’avrebbe rifatto.

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