Amore, letteratura e cambi di rotta. Gli effetti collaterali di Durastanti

In Falsi Amici, l'autrice rimescola le carte, la maternità, l'amore, le cose del corpo e quelle del mondo per ragionare intorno ai libri e a sé stessa. Anche per andare lontanissimo da lei, attraverso l'analisi sui personaggi "porta-valori" che sono entrati nelle classifiche italiane dei libri più venduti 
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(Foto Getty)

Quando ho scoperto di essere incinta, prima ancora di sapere che sarebbe stata una bambina, ho iniziato ad avere un bisogno irrefrenabile di fare del male agli sconosciuti.
Claudia Durastanti, “Falsi amici” (La Nave di Teseo, 180 pp)
“Questa esperienza non era del tutto estranea a una crescente tenerezza nei confronti della bambina: più lei cresceva, più io volevo picchiare qualcuno”. Falsi amici è una raccolta di saggi in cui ogni pagina è imprevista e imprevedibile, e apre uno squarcio più ampio che ci riguarda. Con il ragionamento sottile dell’uso dei tempi verbali nella traduzione italiana del Grande Gatsby, ad esempio, con la riflessione acutissima e spietata sull’uso dell’autofiction, in particolare della letteratura working class, niente è immobile, chiuso, niente che riguardi lo scrivere ha mai smesso di essere una lotta (superficiale o profonda) con il mondo circostante, con le convenienze, con lo spirito del tempo. Con il potere: esercitarlo, raggiungerlo, rifiutarlo.
Claudia Durastanti, scrittrice, traduttrice, critica culturale, rimescola le carte, la maternità, l’amore, le cose del corpo e quelle del mondo per ragionare intorno ai libri e a sé stessa. Anche per andare lontanissimo da lei, attraverso l’analisi sui personaggi femminili “porta-valori” che sono entrati nelle classifiche italiane dei libri più venduti. Lei definisce questi libri l’universo bizzarro del “fascio-romance” che porta con sé un’ambivalenza: l’eroicizzazione e al tempo stesso l’appiattimento dei personaggi femminili. “Tenuto a bada per molto tempo, per vendicare il personaggio femminile che ha potuto dire poco, ora gli si fa dire di tutto, e sono messaggi tendenzialmente coerenti e illuminanti. Di fatto c’è poca pazienza verso le sue divagazioni e i suoi passi accidentali sui sentieri sbagliati”, c’è poca pazienza verso un personaggio femminile che non riscatta l’intera condizione femminile? O almeno: che non è esattamente quello che le chiediamo di essere, perché ne abbiamo bisogno.
Durastanti riconosce in questa tendenza un importante effetto collaterale (e il libro è pieno di effetti collaterali e di rielaborazioni dell’esperienza personale): una nostalgia verso le autrici del Novecento che hanno scritto di donne in condizioni di marginalità e clandestinità “irriproducibili”, per la pura gioia di farlo: “le loro storie ci appaiono paradossalmente più irregolari e più fresche”. E allora leggere adesso Alba de Céspedes, scrive Durastanti, è quasi come prendere l’LSD, perché non c’è alcun obbligo di rappresentazione. E che problema c’è, invece, quando un grande romanzo, un grande classico della letteratura, inizia a non piacerci più? “Qualcuno che abbiamo amato inizia a farci schifo. Succede con le migliori storie d’amore, perché non può succedere con i romanzi?”. La domanda è molto seria: cosa c’è di così sacro in un’opera da farci credere che la perfezione sia tale solo se immutabile?