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La bocca della verità artificiale
Il presidente dell’Anm Giuseppe Tango teme che l’intelligenza artificiale privi la giustizia dell’originalità e della capacità dei giudici di dare un’anima alla legge. Ma forse, quando si finisce in tribunale, è meglio affidarsi alla legge così com'è scritta che alla creatività di chi deve applicarla
3 NOV 26

(Foto Getty)
Maledetto liceo classico. A forza di compiacerci della nostra creatività rinascimentale, dell’originalità dello spirito italico, della superiorità delle nostre intuizioni sull’arido calcolo e la fredda ragione, vedrete che finiremo tutti in carcere. Ma proprio tutti: santi, poeti e navigatori. Leggevo ieri sul Dubbio la trascrizione di un bel dibattito che il quotidiano, per festeggiare il suo decennale, ha dedicato al tema dell’AI applicata alla giustizia. La domanda di partenza l’ha formulata il vicedirettore Errico Novi: se gli atti finiscono in una sorta di “bocca della verità artificiale”, c’è il rischio di produrre una giustizia disumanizzata? Avvocati, magistrati e giuristi hanno detto la loro: tutto molto interessante. Finché ha preso la parola Giuseppe Tango. Il presidente dell’Anm ha detto che “tra i tanti compiti che ha il giudice c’è anche quello di dare un’anima alla legge e questo non lo fa una macchina, per quanto evoluta sia”. E insieme all’anima, “ci perdiamo l’originalità”, perché “le macchine, anche quelle che hanno una capacità di autoapprendimento, comunque utilizzano dati preesistenti”. Ma allora, i nuovi diritti sanciti dal giudice “come potrebbero mai sorgere, se ci rifacessimo sempre, per quanto elaborate in maniera meravigliosa, a nozioni preesistenti?”. Ora, per non saper né leggere né scrivere (e men che mai far di conto: ho fatto il classico anch’io), mi pare che le “nozioni preesistenti” di cui parla Tango siano, in larghissima parte, quella cosa che noi profani chiamiamo “la legge”. Ebbene, se su un piatto della bilancia mi offrono una macchina che applica un po’ ottusamente la legge così com’è scritta, e sull’altro piatto mi propongono l’anima del giudice, le sue intuizioni originali, la sua giurisprudenza evolutiva e certe derive imprevedibili del libero convincimento, io nella “bocca della verità artificiale” non ci metto solo la mano. Ci infilo tutta la testa, per tacer del resto.