Youssef Siher e l'ennesima festa in maschera a tema anni di piombo

Alcuni critici della mostrificazione preventiva di Siher, con i quali non posso che simpatizzare, concordano che l’accusato esprime idee abominevoli, ma non per questo è un criminale. Ma non vi accorgete che quelle idee abominevoli sono parte del vostro album di famiglia?

27 OTT 26
Immagine di Youssef Siher e l'ennesima festa in maschera a tema anni di piombo

(Foto Ansa)

La mia personale sharia garantista prevede il taglio di entrambe le mani per chi digita giudizi perentori su un’indagine di cui, mentre scrivo, si sa poco o nulla. Altra cosa è usare le dita per commentare l’ennesima festa in maschera (il tema è il solito: anni di piombo) che impazza sulla stampa. Il travestimento che va per la maggiore nelle redazioni è quello da giudice Calogero: in attesa di elementi concreti su cui ragionare – e magari concludere che le accuse della sezione distrettuale antiterrorismo della procura di Milano sono deboli o inconsistenti, come pure è possibile – si gioca a costruire teoremi in aria: la “mente” dietro i disordini, il cattivo maestro, il doppio livello. E alla base di questi castelli deduttivi stanno screenshot di post, chat e articoli, esibiti al lettore con raccapriccio.
Alcuni critici della mostrificazione preventiva di Youssef Siher, con i quali non posso che simpatizzare, concordano che l’accusato esprime idee abominevoli, ma non per questo è un criminale. E allora permettetemi di partecipare al carnevale, in costume da Rossana Rossanda. Ma dico, non vi accorgete che quelle idee abominevoli sono parte del vostro album di famiglia? E non dovete neppure sfogliare un numero di Rinascita dei primi anni Cinquanta. Non stiamo parlando del ritratto del vecchio zio stalinista nascosto frettolosamente in soffitta, ma di gente che portate in palmo di mano, invitate ai festival, ricoprite di onori, vi contendete come ospiti in tv. C’è forse un abisso tra Youssef Siher che chiama il 7 ottobre “un atto rivoluzionario di decolonizzazione” e che nella critica ai metodi di Hamas vede “un approccio occidentalocentrico alla questione palestinese” e Francesca Albanese che dice che la violenza è sempre brutta ma che in certi casi è “l’unico strumento”, e che noi occidentali non possiamo “condannarli e pure giudicarli”, perché quelli di Hamas saranno pure terroristi ma alla fine la storia si ricorderà che “stanno animando una rivoluzione globale”? Io una differenza la vedo: i baffi.