un foglio internazionale
“Francesca Albanese, vergogna”
L’ex relatrice Onu sulla tortura accusa: “Le mie colleghe sono ossessionate da Israele”
26 OTT 26

I fori di proiettile su ogni parete testimoniavano in modo cupo l’assalto. Ma ciò che mi ha colpito di più sono stati i proiettili che avevano fracassato elettrodomestici quotidiani, come il forno a microonde o il frigorifero. Avevo un nodo allo stomaco mentre le madri disperate delle due giovani donne prese in ostaggio mi guidavano tra i vetri in frantumi e le macerie delle modeste case a un solo piano delle loro figlie”. Così sul Telegraph Alice Jill Edwards, che è stata relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tortura tra agosto 2022 e luglio 2026. Racconta la sua visita nei kibbutz israeliani devastati da Hamas il 7 ottobre 2023. “Cercavo di ricordarmi che dovevo evitare di lasciarmi prendere troppo dalle emozioni. Dopotutto, ero un’osservatrice neutrale: il ruolo che ogni relatore speciale delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere. Eppure la sofferenza di quelle madri mi ha fatto capire che dobbiamo considerare la presa di ostaggi come una forma di tortura. Non solo le vittime stesse erano probabilmente abusate sessualmente, affamate, incatenate o confinate in tunnel bui, ma ora vedevo che – in un’attesa agonizzante di conoscere il destino delle loro figlie, immaginando il peggio – anche le madri e i padri, le sorelle e i fratelli degli ostaggi erano vittime di tortura psicologica. L’intero kibbutz di Kfar Aza, a tre chilometri dalla Striscia di Gaza, era la scena di un crimine orribile. Erano passati 14 mesi da quando 251 uomini, donne e bambini erano stati presi in ostaggio dal sud di Israele. In questo kibbutz, più di un quarto degli abitanti era morto o era stato catturato. E’ stato coraggioso da parte delle madri, Mandy Damari e Simona Steinbrecher, accettare di farmi vedere le case in rovina delle loro figlie Emily e Doron. Dopotutto, l’Onu, di cui sarei stata vista come rappresentante, aveva fatto così poco per aiutarle. Aveva addirittura peggiorato la loro angoscia rifiutandosi a lungo di riconoscere che gli aggressori del 7 ottobre 2023 avevano compiuto non solo omicidi, ma anche molestie sessuali, stupri e altre violenze orribili. Ho provato vergogna. Sono ancora indignata che Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, e Reem Alsalem, relatrice speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne, non abbiano mai documentato formalmente questi orrori, nonostante il crescente corpo di prove che per la maggior parte di noi è indiscutibile, ma che loro contestano. Invece, entrambe hanno continuato a emettere un flusso di rapporti che considero unilaterali e virulenti.
Le mie colleghe non hanno detto nulla, nemmeno quando i carcerieri di Hamas hanno messo online video con sottotitoli in ebraico che mostravano i prigionieri in scene orribili. In uno, un ostaggio emaciato stava scavando quello che diceva in ebraico essere la sua stessa tomba. Anche quella è una forma di tortura. Anche dopo che gli ostaggi sono stati riportati indietro, Albanese e Alsalem non hanno dato alcun peso ai loro racconti di prima mano delle torture e delle privazioni che avevano subito. Il mio ruolo era vedere entrambe le parti e sostenere le vittime, chiunque esse fossero. Per molti anni nel mio precedente lavoro come chief legal counsel per l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ero stata, apparentemente, dall’altra parte: proteggendo i palestinesi dalla discriminazione e ascoltando racconti di violazioni israeliane. Avevo redatto la posizione dell’Onu sui rifugiati palestinesi e perseguito casi presso la più alta corte europea per salvaguardarla. Quest’anno ho pubblicato un secondo rapporto dettagliato sugli abusi di prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Ma sento fortemente che durante la guerra Gaza-Israele, l’Onu si è concentrata ossessivamente su un solo insieme di abusi – anche se neutralità, indipendenza e imparzialità sono le pietre angolari di un’Onu affidabile. Quando ho pubblicato un rapporto su quanto accaduto nei kibbutz il 7 ottobre e sul massacro di più di 370 giovani che stavano partecipando a un festival musicale, solo un altro relatore speciale ha avuto il coraggio di firmarlo. Gli altri hanno rifiutato di firmarlo, mentre diversi hanno cercato di far sopprimere contenuti del mio rapporto. Sono contenta di dire che ho ottenuto un risultato significativo derivato in gran parte dalla mia visita al kibbutz: sono riuscita a far approvare dall’Assemblea generale una risoluzione che richiede agli stati di designare la presa di ostaggi come forma di tortura. Ma, come per molti altri aspetti del ruolo che ho appena ricoperto per quattro anni, non è stato facile. In un mondo sempre più polarizzato, i relatori hanno un lavoro difficile da svolgere. Molti lo stanno facendo straordinariamente bene, eppure sono soggetti a critiche da tutto lo spettro politico, sia online che in riunioni pubbliche. Ho avuto la mia parte di attacchi da parte di governi e ho un elenco di paesi dove, semplicemente per aver svolto quel ruolo, non mi avventurerei più per paura di essere arrestata. Il ruolo di relatore speciale dell’Onu – che non è retribuito – ha anche così tanto spazio per abusi. In primo luogo, i fondi assegnati a ciascun relatore per le indagini sono minimi. E’ un problema serio, poiché significa fare affidamento su resoconti di seconda mano di organizzazioni non governative. Nel mio portafoglio ha anche significato che semplicemente non possiamo gestire tutte le denunce inviateci via email o in lettere scritte a mano. Ci sono più di duemila denunce che stanno semplicemente lì nei nostri fascicoli. Mi è stato assegnato un budget per un assistente e fondi sufficienti per una sola missione di accertamento dei fatti all’estero all’anno. Ho dovuto finanziare personalmente il mio viaggio in Israele e Palestina.
Altro terreno fertile per abusi è che un singolo paese o un gruppo di paesi può fornire fondi per specifici relatori, che potrebbero essere donazioni benigne o tentativi nefasti di influenzare. Come minimo, ha messo alcuni relatori nel mirino dell’accusa di essere influenzati politicamente. Ho sentito anche avvocati delle vittime preoccupati di condividere informazioni confidenziali con relatori che ricevono fondi proprio dai governi che sono i presunti autori degli abusi. A mio avviso, le donazioni dovrebbero andare a un budget centrale per tutti i relatori ed essere distribuite equamente. Tuttavia, nonostante questi problemi e molti altri, sembra esserci poca voglia di regolare il sistema – nemmeno da parte del segretario generale dell’Onu, António Guterres (che, incidentalmente, è stato il mio ex capo come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati). Ha detto di recente in un’intervista che i relatori erano indipendenti e quindi ‘molti non sono sotto controllo’. L’indipendenza è sia la forza che la vulnerabilità di queste posizioni, ma quando viene usata in modo distorto per perseguire dogmaticamente agende politiche, l’Onu nel suo complesso ne esce indebolita. Ora, la competizione per il prossimo segretario generale dell’Onu si sta intensificando e presenta un’opportunità per affrontare alcuni di questi problemi. Con più guerre oggi di quante ce ne siano state in qualsiasi momento dalla fondazione dell’organizzazione nel 1945, il prossimo segretario generale deve assumere un ruolo più decisivo ed esercitare una maggiore quantità del potere che è effettivamente a sua disposizione. Guterres, a mio avviso, non ha saputo portare avanti il mandato originale dell’Onu: intervenire in modo efficiente ed equo come mediatore per smorzare i conflitti internazionali. Sebbene la colpa delle guerre di oggi non possa essere attribuita a lui, è deludente che abbia adottato una postura piuttosto fatalistica – come se non avesse altra influenza se non quella di convocare riunioni.
Anche il processo per succedere a Guterres non è privo di difetti. Per essere selezionati come prossimo segretario generale, i candidati devono camminare su una linea attenta che eviti di scontentare gli Stati Uniti, la Cina o la Russia. Eppure è la Russia ad aver provocato il punto più basso attuale nella storia di 80 anni dell’Onu quando ha invaso l’Ucraina contro i principi della Carta delle Nazioni Unite (non può sfuggire a nessuno che ci sia una lezione dalla storia qui: uno dei colpi fatali alla Società delle Nazioni fu l’invasione dell’Unione Sovietica della Finlandia, che vide l’Urss espulsa). Sono rimasta scioccata dall’entità e dalla natura della tortura compiuta dalle forze di sicurezza russe contro i soldati ucraini catturati e contro molti civili nell’Ucraina orientale occupata che i russi sospettano possano essere spie o oppositori. Alcuni, rilasciati in occasionali scambi di prigionieri, mi raccontano come funziona il loro sistema di tortura: prima un supervisore, poi un interrogatore, poi un torturatore separato – un sistema orchestrato di abuso destinato a ottenere informazioni o a instillare paura nelle aree occupate. Mi chiedo spesso cosa direbbe mio nonno, che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale ma non avrebbe mai parlato del trauma della guerra, se fosse ancora vivo oggi riguardo all’Onu. Avrebbe ragione a essere molto preoccupato. Ma, nonostante tutte le frustrazioni e gli occasionali tentativi di bullizzarmi per ridurmi al silenzio, il mio ruolo nel combattere la tortura è stato a volte profondamente gratificante. Ho riunito vittime di tortura di molti conflitti o azioni di sicurezza in conferenze e creato una carta dei sopravvissuti, scritta in gran parte dalle vittime stesse. Per la prima volta, c’è slancio dietro l’idea che le norme del diritto internazionale dovrebbero essere implementate da e con coloro che ne sono più colpiti. Forse il mio momento più commovente è stato quando Shireen Khudeeda, una giovane sopravvissuta yazida alla prigionia dell’Isis, alla schiavitù sessuale e agli abusi in Iraq e Siria, mi ha detto che le era stata concessa una borsa di studio per studiare e aveva superato gli esami. Era sopravvissuta, e ora lavora in modo costruttivo contro la tortura nel suo paese. Una piccola ma significativa vittoria per l’umanità in un mondo assediato dall’abuso di potere – anche da parte di coloro, come l’Onu, che dovrebbero agire per prevenirlo”.
(Traduzione di Giulio Meotti)