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IL BI E IL BA •
La nostra antimafia filologicamente scorretta
Nel 1963, subito dopo la nascita della commissione Antimafia, Leonardo Sciascia scrisse un racconto intitolato "Filologia". Lo riteneva un dialogo profetico. Non poteva immaginare quanto
10 OTT 26

(Foto Ansa)
Al diavolo le leggi bavaglio, voglio togliermi anch’io lo sfizio di dare un’intercettazione in pasto ai lettori.
I due intercettati apparecchiano un’audizione davanti alla commissione Antimafia: “Ma è sicuro che mi chiamerà, la commissione?”. “Sicuro com’è sicura la morte: e io starei a perdere tempo con te, se non fossi sicuro? Ti chiamerà”. “Sudo freddo, a pensarci”. “Quante volte sei stato chiamato dai carabinieri, quante volte sei comparso davanti a un giudice istruttore?”. “Acqua passata, ormai: sono più di dieci anni che nessuno mi dà fastidio... Questa è poi una cosa nuova… La commissione, dico: chi sa come si regola, chi sa quello che domanda… Il carabiniere, il giudice, chiedono di un certo fatto, di una certa persona: se sono stato in mezzo al fatto, se ho rapporti col tizio e col filano; e dove stavo quella sera, a quell’ora… E uno le risposte se le prepara prima, a ogni botta ha pronta la risposta... Ma la commissione, a quanto capisco, può domandare quello che vuole: e bisogna avere la mente pronta, i nervi sereni…”. “Ti ho mai fatto fare uno sbaglio, un passo falso, una fesseria?”. “Mai”. “E dunque non ti preoccupare… Io, perché tu lo sappia, chiederò di essere sentito dalla commissione”. “Lei?”. “Sì, mio caro, proprio io: ho anch’io da dare il mio piccolo contributo”. “Ma…”. “Un contributo alla confusione, si capisce”.
L’intercettazione – da un raccontino di Leonardo Sciascia intitolato “Filologia” – risale al 1963: la commissione era appena stata istituita. Sciascia lo riteneva un dialogo profetico. Non poteva immaginare quanto. Pensava che il nuovo organismo si sarebbe perso in sottigliezze linguistiche e non avrebbe cavato un ragno dal buco; anche perché, dirà a Enzo Biagi dieci anni dopo, “una classe dirigente non può giudicare sé stessa”. Da qui la nostra antimafia filologicamente scorretta ricaverà il suo mantra, “lo Stato non può condannare sé stesso”. E lo Scarpinato, lui può? E’ la questione filologica di questi giorni. E il M5s, che trascina nella polvere il cadavere del Pd, dà il suo contributo alla confusione.