Il 7 ottobre di Fauda e i barbagli della Shoah

Nella quinta stagione della serie israeliana il trauma del 7 ottobre riattiva la memoria cinematografica dello sterminio. Dal foro nella lamiera alla ragazza vestita di rosso, da Holocaust a Schindler’s List. Il passato torna senza essere nominato

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(Foto Ansa)

Quando il tempo si ripiega su sé stesso – l’ora che “di laggiù s’inflette” di un mottetto montaliano – i lembi del passato e del presente si toccano, si sovrappongono, scivolano l’uno sull’altro. Qualcosa di simile accade al cinema e alle sue memorie. La quinta stagione di Fauda è intessuta di flashback post-traumatici, un espediente che fa il suo esordio nel cinema della Shoah nel 1964 con L’uomo del banco dei pegni di Sidney Lumet. La prima volta che vediamo Doron Kabilio, l’ufficiale dell’unità antiterrorismo protagonista della serie, è nello studio di una psicoterapeuta. Sta tentando di ricomporre i suoi ricordi confusi del 7 ottobre, mandati in frantumi dalla bomba a mano di un terrorista che gli è scoppiata accanto. Nell’ottavo episodio – uno dei due dedicati al grande pogrom – la scena traumatica si delinea con più precisione. Diretto a Sderot sul suo pickup, Doron si imbatte in alcuni superstiti della mattanza del Nova festival. Un ragazzo lo implora di tornare indietro e aiutarlo a salvare la fidanzata, che si è nascosta insieme ad altri in un container. Quando Doron arriva sul posto, accosta l’occhio a un foro nella lamiera: davanti a sé ha una distesa di cadaveri. “La vedi? Ha un vestito rosso”, gli dice il ragazzo. È il passato del cinema che si riavvolge su di sé. Il container evoca la camera a gas, e il foro rimanda allo spioncino da cui le SS sorvegliavano le operazioni – uno dei motivi più ricorrenti nella filmografia sulla Shoah, dalla miniserie televisiva Holocaust del 1978 al recente La zona d’interesse di Jonathan Glazer. La giovane moribonda vestita di rosso in una montagna di corpi richiama la bambina col cappottino rosso di Schindler’s List di Steven Spielberg, raro tocco di colore in un film in bianco e nero. I campi di sterminio non sono neppure menzionati: l’urto tra passato e presente è affidato alla memoria cinematografica, ai suoi déjà-vu imprevedibili, ai suoi lampi involontari – ai suoi barbagli, per tornare a Montale. Che deflagrano come una bomba a mano nella mente dello spettatore.