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La solitudine degli autori che parlano una lingua estinta
Cinque anni fa moriva Roberto Calasso, uno di quegli scrittori che un giorno saranno misteriosi come "il Libro dei Morti egizio o i testi liturgici etruschi decifrati”. Insieme al suo vecchio professore Elémire Zolla
30 LUG 26

Foto ANSA
Non sono bravo con i compleanni, meno ancora con gli anniversari, e dopo il centenario della nascita di Elémire Zolla, il 9 luglio 1926, mi sono lasciato sfuggire anche i cinque anni – possibile? già cinque? – dalla morte di Roberto Calasso, il 28 luglio 2021. Li ricorderò insieme oggi (del resto condivisero un lunghissimo tratto di strada, fin dai tempi in cui lo studente Calasso, futuro editore di Zolla, accompagnava in automobile dall’università il professore senza patente), e lo farò con un presagio di Cristina Campo del 1964: “Qualcuno disse, e non sembra facile contraddirlo, che di qui a qualche anno le graduazioni delicate del linguaggio nei diversi personaggi di Proust non appariranno meno enigmatiche del Libro dei Morti egizio o delle stele funerarie etrusche”. Esistono autori, anche celebrati, che si accorgono già da vivi di parlare una lingua estinta, perché intorno a sé vedono scomparire i lettori in grado di capire le loro parole e – ciò che è più grave – captare i sottintesi che le avvolgono.
Ricordo la passione con cui Calasso indicava che nel "Cacciatore celeste" il racconto del mito di Orione era un intarsio minutissimo di frammenti antichi e rari. Lo diceva forse perché intuiva che quasi nessuno se ne sarebbe accorto. Così mi spiego la excusatio non petita nel suo strano libro postumo, "Opera senza nome": “Ci sono mille buone ragioni per non fare quello che sto facendo. E una sola per farlo: dire con la massima precisione certe cose su alcuni libri che ho scritto”. Era l’ammissione di una solitudine. La stessa con cui aveva dovuto convivere il misterioso Qualcuno evocato da Cristina Campo, che due anni prima di lei aveva scritto: “Di qui a qualche decennio le pagine di Proust sulla duchessa di Guermantes che graduava la sua voce e le sue parole a seconda della condizione dell’interlocutore, simile alla ‘grazia del sommo Ben’ che non piove d’un modo in Paradiso, o sulla sprezzatura del giovane Saint-Loup, appariranno enigmatiche o spente quanto il Libro dei Morti egizio o i testi liturgici etruschi decifrati”. Quel Qualcuno era lo stesso Zolla, nel 1962, in una pagina di Volgarità e dolore.