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La doppia parabola di Mendel Uminer e dei suoi diecimila libri
Trentun anni, scrittore e traduttore dall’ebraico, rampollo di una famiglia rabbinica. Viveva in un appartamentino a un passo dal Central Park e dormiva su un materasso circondato da torri di volumi, e il condominio lo ha sfrattato
28 LUG 26

Foto di Rhamely su Unsplash
Buchmendel, Mendel dei libri, è tornato tra noi. Questo “preistorico biblio-sauro di una razza ormai in via d’estinzione” lo avevamo incontrato l’ultima volta al Caffè Gluck di Vienna, in un racconto di Stefan Zweig del 1929. Era un anonimo rivendugliolo di libri dalla memoria bibliografica prodigiosa: “Al di là dei libri quell’uomo straordinario non sapeva nulla del mondo, perché per lui tutti i fenomeni dell’esistenza acquistavano realtà solo dopo la loro fusione in caratteri da stampa”. Assorto com’era nella lettura, l’ebreo galiziano Jakob Mendel, emigrato molti anni prima dalla Russia, si era accorto a malapena dello scoppio della Grande guerra. Ed era così saldamente piantato nella sua patria di carta da dimenticarsi di chiedere la cittadinanza austriaca. Era ancora a tutti gli effetti un russo, e in quanto tale finì internato. Al tempo in cui si svolge il racconto di Zweig, Mendel era già morto da sette anni. Ebbene, lo scorso 9 luglio il New York Times lo ha avvistato di nuovo.
Solo che stavolta Mendel è il nome, non il cognome: Mendel Uminer, trentun anni, scrittore e traduttore dall’ebraico, rampollo di una famiglia rabbinica. Viveva in un appartamentino a un passo dal Central Park, ma il condominio lo ha sfrattato. Il redivivo Mendel dormiva su un materasso circondato da torri di volumi, più di diecimila. E i vicini, vedendo affluire senza tregua pacchi di libri comprati da Strand od ordinati su eBay, hanno cominciato a paventare crolli e incendi. Lo hanno accusato di violare gli obblighi del contratto di locazione per via del suo accumulo smodato di “libri combustibili” (sic). Dopo mesi di battaglie legali, Mendel ha fatto fagotto (diecimila fagotti). Chi lo conosce non sembra preoccupato: “Mendel vive nella sua mente, e può portarla con sé ovunque”, dice una sua amica, studentessa d’arte alla Columbia – ed è una frase che sembra trascritta da Zweig, che pure non è mai citato nell’articolo di Alex Vadukul. D’accordo, uno sfratto non è un arresto, un trasloco non è una deportazione, ma questa doppia parabola midrashica ha almeno quarantanove possibili significati, che lascio al lettore di ricavare.