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Perché non ci si può fidare del riporto in tempi di guerra
Le differenti risposte alla calvizie diventano una lente attraverso cui guardare il mondo: ingannare il prossimo, sé stessi, o entrambi?
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Foto Getty
Pulmini letterari a parte, il tabù del body shaming ha fatto anche cose buone, ma ci ha privati di uno strumento prezioso per comprendere gli esseri umani. Prendiamo la calvizie. Nessuno dovrebbe canzonare un uomo solo perché è calvo, caratteristica di cui non porta responsabilità. Ma un dato naturale può essere affrontato in molti modi, e ciascuno di questi modi non è natura, è cultura, e dovrebbe esser lecito interpretarlo. Dirò di più: ogni via per affrontare l’assenza di capelli sottintende una filosofia – non ci è stato insegnato di cercare la radura, la Lichtung, la chierica lucida nel fitto del bosco? – e implica un diverso rapporto con la verità.
Lo stoico la vive a testa alta, ancorché pelata, e non nasconde la tragedia né a sé né agli altri. Chi sceglie il trapianto non si piega al destino, ma non accetta neppure la menzogna, e compie sforzi eroici per allineare la sua condizione oggettiva alla percezione desiderata. Il parrucchino, al contrario, quando è ben fatto consente di mentire al mondo sullo stato della propria testa, e di conservare solo per sé la consapevolezza dell’inganno. E poi c’è il riporto. Il riporto intrattiene una relazione singolarissima con la verità: non nasconde veramente la calvizie, cerca di trasformarla in un segreto pubblico. E’ un artificio che funziona solo se tutti fingono di non vedere, una menzogna plateale che pretende un patto di complicità con lo spettatore. Sono i capelli nuovi dell’imperatore. Meglio ancora: sono le quattro dita mostrate a Winston dal funzionario del ministero dell’Amore per addestrarlo a vederne cinque. Così parla il riporto: non sono calvo, e se mi vedi calvo significa che non sei ancora permeato dal solipsismo collettivo del Partito e devi correggere la tua percezione. Nel mondo dei capelli, in breve, il riporto è l’ideologia. Tutto questo pensavo guardando un video del professor Angelo D’Orsi che definiva Russia Today “una straordinaria emittente che fa informazione”, e intanto una gigantesca ciocca ondulata gli attraversava la fronte da orecchio a orecchio.