Il "tribunale elettronico" dei giorni nostri

L'intelligenza artificiale comincia a insinuarsi nella giurisprudenza e questo mi fa inevitabilmente pensare ad un precedente fantascientifico: il romanzo di Giovanni Papini del 1951

13 GIU 26
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Il data center del Polo tecnologico. Foto LaPresse

AI contro AI: “Un giudice federale del Mississippi ha sanzionato tutti e quattro gli avvocati delle parti contrapposte in un processo civile e ha annullato il procedimento dopo che alcuni di loro, facendo affidamento sull’intelligenza artificiale, avevano citato nei propri atti giudiziari casi giurisprudenziali inesistenti” (New York Times, 9 giugno 2026). Il caso ha un precedente nella fantascienza: “A Pittsburg, in questi giorni, si fanno i primi esperimenti per l’uso delle macchine nell’amministrazione della giustizia. Dopo i cervelli elettronici matematici, dialettici, statistici e sociologici s’è costruito in questa città – dopo due anni di lavoro – il primo attrezzo meccanico giudicante. L’apparecchio gigante – ha una facciata di sette metri – è montato sulla parete di fondo della maggiore aula del tribunale. Giudici, avvocati e cancellieri non siedono ai loro posti ma nelle prime file del pubblico, come semplici spettatori”.
Tra i primi casi c’è una specie di affaire Dreyfus: “Si trattava d’una spia recidiva, che ha venduto a una potenza straniera alcuni documenti segreti relativi alla sicurezza del nostro paese. L’interrogatorio, che veniva fatto dalla macchina per mezzo di segnali acustici e luminosi, è durato alcuni minuti. L’accusato ha chiesto di essere difeso e il cervello, dopo aver riconosciuto il buon diritto della domanda, ha enumerato, attraverso un disco parlante, le ragioni che potevano essere addotte per attenuare la vergognosa colpa”. Al termine del dibattimento elettronico, “s’è illuminato il più alto quadrante della macchina: è apparso, prima, il lugubre disegno di un teschio e poi, sotto, le due orribili parole: sedia elettrica. Il condannato – un uomo di mezza età, molto serio, dall’aspetto di professore – ha gridato, a quella vista, una bestemmia e poi è caduto all’indietro, contorcendosi come un epilettico. Quella bestemmia è stata l’unica parola genuinamente umana di tutto il processo” (Giovanni Papini, Il tribunale elettronico, 1951). L’imputato, ahilui, non è ancora digitalizzabile.