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A Coppi spetta una cattedra nella Facoltà di Irrilevanza Comparata
Secondo il noto giurista le Linee guida del Csm sull’informazione giudiziaria sono inutili. Non c'è bisogno di regolamenti, dice in un'intervista al Fatto quotidiano: basta affidarsi all’onestà intellettuale del singolo magistrato
4 GIU 26

Foto LaPresse
In virtù dei poteri conferitimi dal Magnifico Rettore, assegno all’avvocato Franco Coppi una cattedra honoris causa nella Facoltà di Irrilevanza Comparata, fondata dal professor Umberto Eco. Nella fattispecie, insegnerà nel nostro Dipartimento di Adynata (o Impossibilia), accanto al professore di Urbanistica tzigana e a quello di Fonetica del film muto. La decisione di attribuirgli questa onorificenza nasce dall’intervista rilasciata al Fatto quotidiano di ieri, a proposito delle nuove Linee guida del Csm sull’informazione giudiziaria. Ha detto l’illustre giurista che il regolamento è inutile, perché la materia “dovrebbe essere dominata da due cardini guida, il rispetto del diritto all’informazione, che discende dall’art. 21 della Costituzione, e il rispetto della presunzione d’innocenza. Tutto il resto è una superfetazione inutile”. È una scoperta entusiasmante. E pensare che settant’anni fa il povero Francesco Carnelutti si era rotto inutilmente la testa sui due corni del dilemma: “L’uomo, quando è sospettato di un delitto, è dato ad bestias, come si diceva una volta dei condannati offerti in pasto alle fiere. La belva, l’indomabile e insaziabile belva, è la folla. L’articolo della Costituzione, che si illude di garantire l’incolumità dell’imputato, è praticamente inconciliabile con quell’altro, che sancisce la libertà di stampa”.
Ebbene, l’avvocato Coppi ha trovato la quadratura del cerchio – altra disciplina insegnata con profitto nella nostra Facoltà. La soluzione al problema insolubile era da sempre a portata di mano: non c’è bisogno di regolamenti, ci assicura Coppi, basta affidarsi al senso di responsabilità e all’onestà intellettuale del singolo magistrato, il quale sa bene quali notizie può dare e quali deve tacere allo scopo di conciliare le due esigenze in conflitto. La sintesi, insomma, è già compiuta nella testa dei pubblici ministeri. Non per caso alla figura del pm italiano è dedicata una delle cattedre più prestigiose del nostro Dipartimento di Ossimorica: Istituzioni di parzialità imparziale.