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L'ebreo come "puntello dell’imperialismo"
Il sociologo Edgar Morin aveva predetto la deriva antisemita e antisionista dell'intellighenzia di sinistra, ma non aveva previsto di caderci con tutte le scarpe qualche anno dopo, firmando un famigerato articolo su Le Monde: "Israël-Palestine: le cancer"
2 GIU 26

Foto LaPresse
Nella primavera del 1969, a Orléans, si sparse la voce secondo cui alcuni commercianti ebrei drogavano le ragazze nei camerini, le rapivano e le costringevano alla prostituzione. Un sociologo s’interessò al caso. Constatò che erano tornati a circolare certi stereotipi dell’antigiudaismo medievale, e che molti li attribuivano a un rigurgito fascista. Tutte cose che rimandavano al passato. Ma si era alla fine degli anni Sessanta, all’ombra della guerra dei Sei giorni, e il richiamo al passato non bastava: “Qui, beninteso, si pone il problema del futuro dell’antisemitismo”. E cosa si intravedeva, di questo futuro? “Ci si può domandare se i repressori di tutto ciò che poteva sorgere di antiebraico, così forti dopo la Seconda guerra mondiale, non si stiano affievolendo. Ci si può chiedere se una buona parte degli angeli-protettori dell’ebreo-vittima, che erano soprattutto i partiti e l’intellighenzia di sinistra, non si stiano mutando in arcangeli sospettosi, addirittura minacciosi verso l’ebreo-sionista.
L’evoluzione sempre più accentuata della politica sovietica e delle democrazie popolari, che in apparenza dissocia le immagini dell’ebreo-vittima e dell’ebreo-sionista, le ricostruisce in realtà su un solo ebreo, la cui presunta simpatia, o mancanza di odio, per Israele possono essere sospettati a priori di sionismo. Così l’ebreo ridiventa l’ebreo dalla “doppia faccia”. Nel prevedibile avvenire, “per una parte sempre più vasta dell’intellighenzia di sinistra, l’ebreo sarà sempre meno il martire dell’hitlerismo, e diventerà sempre più il ‘puntello dell’imperialismo’”. Il sociologo era Edgar Morin, morto venerdì scorso a 104 anni. All’epoca di Medioevo moderno a Orléans ne aveva meno della metà. Aveva intuito molte cose, ma non poteva indovinare che lui stesso, a ottant’anni suonati, sarebbe caduto con tutte le scarpe nello stereotipo che denunciava, aggiungendo la sua firma a un famigerato articolo su Le Monde (Israël-Palestine: le cancer). Ma dei morti non si dice che bene, e io voglio ricordarlo in quella luminosa istantanea del 1969.