
Il Bi e il Ba
di Guido Vitiello
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Il Bi e il Ba •
Il dubbio è ragionevole quando non è irragionevole
Il delitto Marta Russo, Garlasco, il mostro di Firenze. In molti casi fior di magistrati sposano una logica persecutoria che deve al Sant’Uffizio più di quanto non debba a Voltaire
23 MAG 26

Foto LaPresse
Ho un ragionevole dubbio sul ragionevole dubbio. Mi è venuto leggendo sul Messaggero di ieri l’intervista a Stefano Vitelli, il giudice che assolse Alberto Stasi in primo grado, nonché autore del libro Il ragionevole dubbio di Garlasco. La formula – calco dell’inglese reasonable doubt – entra nei nostri codici solo nel 2006. Franco Cordero scrisse che si trattava di un “banale americanismo”, perché la cosa, con altre parole, esisteva già, dunque “chi la proclama con l’aria di avere scoperto mirabilia cade nel discorso cosiddetto lapalissiano”. Da profano non m’immischio nella questione, se non per un dettaglio che mi pare ancor più degno di Lapalisse. A noi tutti scappa un sorriso quando scopriamo che i lessicografi della Crusca, all’inizio del Seicento, definirono il cane “animal noto” e il cavallo “animal notissimo”. Ebbene, la sentenza della Cassazione del 2009 che specifica cosa debba intendersi per ragionevole dubbio – spesso citata nel giornalismo true crime – mi sembra altrettanto tautologica.
Il dubbio non sussiste se le ipotesi alternative sono “al di fuori dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana”. Tradotto: il dubbio è ragionevole quando non è irragionevole. Per parte mia credo che molte ricostruzioni giudiziarie suffragate da condanne definitive – il delitto Marta Russo, Garlasco, il mostro di Firenze – appartengano proprio a questa categoria: si situano, cioè, fuori dall’ordine delle cose e della razionalità. Mancano di logica, di coerenza, di plausibilità, di verosimiglianza psicologica, e sono costrette a oscillare capricciosamente tra profili dissonanti – per esempio tra la premeditazione e l’impulso, o tra il dolo e la colpa – pur di salvare il salvabile della tesi accusatoria e addossare la responsabilità al colpevole designato. Fuori dai denti: fior di magistrati sposano una logica persecutoria che deve al Sant’Uffizio più di quanto non debba a Voltaire. E allora mi domando: la mente inquisitoriale corrisponde alla “normale razionalità umana”? Io, ragionevolmente, ne dubito.


