Modi alternativi per aderire a uno sciopero della fame

Rita Bernardini e altri militanti, penalisti e giuristi stanno digiunando da tre mesi per chiedere a chi di dovere di intervenire sull'emergenza della diffusione del Covid nelle carceri. Io però rischierei di fare la fine del monaco ghiottone
2 DIC 20
Ultimo aggiornamento: 05:00
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(foto d'archivio LaPresse)

Il monaco ghiottone che banchetta nel giorno di digiuno è un antico bersaglio satirico, non sempre senza fondamento. Bernardo di Chiaravalle, in visita all’abbazia di Cluny, si accorse che i confratelli rinunciavano sì alla carne, ma solo per compensarla con una doppia portata di pesci – e che bei pescioni grossi, ci fa sapere. Dico questo perché, da vecchio simpatizzante radicale, non ho mai digiunato. Pur prestando ascolto a tutti gli sforzi di teorizzazione di Marco Pannella e compagni sulla pratica della nonviolenza, è una forma di lotta che proprio non riesco a sentire mia, non cogliendo se non per tratti intermittenti e anelli laschi la catena causale che legherebbe la mia temporanea astinenza alimentare agli effetti politici sperati, e forse temendo anche un poco un’ispezione proditoria di Bernardo di Chiaravalle nelle ore dei pasti: potrebbe sorprendermi con il naso nel frigorifero.
Dunque non so bene in che forma aderire allo sciopero della fame, in corso ormai da tre settimane, di Rita Bernardini e degli altri militanti, penalisti e giuristi che chiedono al governo e al parlamento di intervenire sull’emergenza della diffusione del Covid nelle carceri riducendo drasticamente la popolazione detenuta attraverso l’amnistia, l’indulto, la liberazione anticipata speciale o qualunque altro strumento conforme alla Costituzione e alla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Aderisco perciò con questo trafiletto, o entrefilet, parola che ha un retrogusto di macelleria poco consono a un digiuno. Il monaco ghiottone, ammoniva Evagrio Pontico, non raggiungerà la casa dell’apatheia. Speriamo che lo ammettano in quella del satyagraha.