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Il canone della rivoluzione TikTok
Quanto c’è di vero nella violenza di Francia, e cosa è emulazione?
9 OTT 26

Foto LaPresse
Gira un breve video sui social, sempre ammesso che non sia generato dall’AI (chi siamo noi per giudicare?) che aiuta a gettare una luce differente, magari un po’ caustica come uno sketch di Buster Keaton o di Jacques Tati, sui fatti violenti di questi giorni in Francia e a ricollocare la “rivoluzione” – c’è parola più trita, più falsificata? – in una dimensione più realistica. Il video è vero, comunque: è stato girato davanti al liceo Edmond Michelet nell’Île-de-France. C’è un ragazzo con il volto coperto e il cappuccio in testa d’ordinanza che prende a calci un bidone in fiamme. Ma arriva la mamma furiosa e lui prova a darsela a gambe; però lei lo raggiunge, gli sgancia un ceffone e lo trascina via. Il fiume di commenti si attesta in media sullo sfottò più semplice, da liceali appunto, “sono tutti rivoluzionari finché non arriva la mamma”. Ma non disperiamo che altri abbiano preso di mira il matriarcato bianco. Lo spunto è però un altro: forse è tempo di domandarsi se alla base di queste rivolte violente ci sia anche il principio imitativo di TikTok.
Non è inutile chiedersi quanto ci sia, in questa propagazione e moltiplicazione algoritmica degli stessi slogan e della stessa violenza, di irreale, di costruito, di imitato. Di appreso e ripostato e rilanciato da uno scroll e tra una condivisione e l’altra. Quanto c’è di naturale in questa vicenda che a tanti (e tanti commentatori di giornale) sembra la nuova rivoluzione mondiale (una volta era Occupy Wall Street, una volta gli studentati. Ora i licei della banlieue). Ora tutto d’un tratto – e c’è chi ha subito festeggiato nei commenti, Pavlov si alza presto al mattino – sono scesi in piazza gli studenti brasiliani. Contro i tagli alla scuola, ovviamente. E’ bastato che Flávio Bolsonaro vincesse il primo turno delle presidenziali contro Lula e le scuole brasiliane sono diventate immediatamente peggio di quelle di Saint-Denis. Fino a tre giorni fa, tutto bene. Non ci sarà, piuttosto, un filo di emulazione? Per cosa possiamo manifestare anche noi? Boh, in Francia bruciano tutto per le scuole. Con un po’ di fantasia potevano scoprire che in Spagna si protesta per la casa, problemino serio anche a Rio; ma gli studenti universitari del ceto medio brasiliano forse l’alloggio ce l’hanno garantito.
In Italia gli studenti hanno tardato un po’ a organizzarsi, il mese canonico delle okkupazioni da noi è novembre; ma poi il meccanismo emulativo – tradotto vuol dire: l’abbiamo visto sui social – è scattato. Un titolo online preso a caso: “Boom di proteste di studenti a Roma: ‘Facciamo come in Francia’”. Fare come in Francia forse non è realistico, infatti per le motivazioni si deve ricorrere al solito repertorio: “I motivi? Classi pollaio, docenti precari, caro libri”. A Torino sono rispuntate le tende, sparite da un po’ perché il vento di Spagna s’è fatto sentire. Del resto Concita De Gregorio aveva profetizzato su Repubblica: perché da noi non si scende in piazza per il diritto alla casa? Chissà. Ha detto l’eterno Daniel Cohn-Bendit che “un tempo noi volevamo fare la rivoluzione”. Oggi è tutto molto copia e incolla. E’ un’onda sentimentale, più che politica, che si riproduce e si espande. A Parigi hanno bloccato anche il liceo Henri-IV, il più prestigioso di Francia, dove di topi non ce n’è, per sentimento di solidarietà (poi vorremmo vedere gli studenti dell’Henri-IV condividere gli alloggi con i colleghi delle banlieue). E’ un po’ come quando l’onda d’urto mediatica cavalcava il dramma del merito tossico: non mancava giorno che spuntasse la storia lacrimevole di chi non ce la faceva più a inseguire una laurea nel merito. E’ un po’ uscita dai radar. Fino alla prossima occasione virale.