Il riserbo trasparente e altruista di Sultana “Susy” Razon

Tornata a vivere dopo l'inferno del lager, ha dedicato la sua vita alla medicina e alla pediatria, la volontà di alleviare il dolore dei bambini l’ha guidata per sempre. Era nata a Milano nel 1932, è morta ieri nella sua città

12 GIU 26
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Foto Ansa

C’è un riserbo, un silenzio, un lungo spazio senza parola e di pudore da rispettare che è materia drammatica e comune nell’esperienza di tanti, se non tutti, i sopravvissuti alla Shoah. Prima di diventarne testimoni. Per Sami Modiano ci vollero sessant’anni di assoluto silenzio interiore, prima di iniziare la sua testimonianza. Per Liliana Segre dovettero arrivare gli anni Novanta. In ognuno la consapevolezza che le voci della memoria diventavano sempre meno. Non è stata diversa l’esperienza di vita di  Sultana (per tutti Susy) Razon, che ha iniziato a raccontare ai ragazzi delle scuole, e in un libro, la sua esperienza di bambina ebrea milanese, di origine turca, deportata a Bergen Belsen all’età di nove anni. Tornata, ha dedicato la sua vita alla medicina e alla pediatria, la volontà di alleviare il dolore dei bambini l’ha guidata per sempre. Fu all’Istituto dei Tumori che incontrò un medico, che poi divenne suo marito, Umberto Veronesi. Hanno condiviso vita e impegno scientifico e umanitario. Il suo lavoro per aprire reparti pediatrici le valse un Ambrogino d’Oro. Finché ha cominciato a raccontare ai giovani anche il suo dolore antico, il lager. Era nata a Milano nel 1932, è morta ieri nella sua città