Rubriche
bandiera bianca •
Dublinanti e “raddublinanti”
La critica al termine “dublinanti”, che implica un inesistente verbo “dublinare”, ha senso ma trovare un'alternativa è complicato. La lingua impossibile di Joyce può salvare tutto. Etimologia letteraria per una burocrazia in crescita geometrica

Noterella filologica, totally unnecessary come da miglior tradizione: sul Corriere di oggi l’ottimo Paolo Di Stefano critica a buon diritto il termine “dublinanti”, che implica un inesistente verbo “dublinare”, però nemmeno lo convince il tentativo di definire le persone che rientrano nella casistica con un più generico “Dubliners”, che tutt’al più richiama l’opera di esordio di James Joyce, tradotta alle nostre latitudini con “Gente di Dublino” – e i dublinanti, in effetti, tutto sono meno che gente di Dublino. Curiosamente, però, un’etimologia del termine “dublinanti” si può trovare nello stesso Joyce, però nel testo conclusivo dell’opera sua: proprio nella prima pagina di “Finnegans Wake”, di cui non azzardo un’interpretazione, all’ottava riga appare un curioso “doublin (…) all the time”. Si trattava di un riferimento non alla capitale irlandese, il cui nome deriva dall’arcaico “dubh linn”, qualcosa come “stagno nero”, bensì a un’omonima Dublino fondata da Jonathan Sawyers in Georgia (Usa) il 9 dicembre 1812, il cui motto era appunto “doubling all the time”, “raddoppiando sempre”.
L’eroico Luigi Schenoni, che proprio da lì iniziò nel 1982 la propria ardimentosa versione per Mondadori dell’opera incomprensibile (ci è morto; l’impresa è stata condotta a termine trentasette anni dopo da Enrico Terrinoni e Fabio Pedoni), aveva tradotto la riga di Joyce con “raddublinare per tutto il tempo”, anche se forse era meglio “sempre raddublinandosi”. Cosa che i richiedenti asilo rispediti in Italia rischiano di fare effettivamente, crescendo in vertiginosa proporzione geometrica nel giro di poco tempo: allora li chiameremo “raddublinanti”.