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Bandiera Bianca •
La medaglia è loro, il podio è nostro: piccola storia del salto italiano sul carro del vincitore
Gli straordinari risultati agli europei di Birmingham e di Parigi non hanno reso minimamente più brava a correre o a nuotare la gran parte della popolazione. L'unica ricaduta nazionale che possiamo trarre è che si tratta di trionfi ottenuti nonostante il nostro sistema dell’istruzione

Foto LaPresse
I giornali di oggi si scatenano a spiegarci che siamo un popolo di atleti e di nuotatori (oltre che di santi, ma è un altro discorso); non sembra sfiorarli il sospetto che tutti gli straordinari risultati conseguiti agli europei di Birmingham e di Parigi non abbiano reso minimamente più brava a correre, a saltare o a galleggiare la gran parte della popolazione. È il vizio dell’identificazione mistica fra nazioni e nazionali – la stessa che a giugno aveva indotto i corsivisti a spiegarci che la Germania era uno stato sull’orlo del baratro perché a pallone aveva perso ai rigori contro il Paraguay. È l’ultima evoluzione del salto (questo sì, specialità nazionale) sul carro del vincitore; è quel massimalismo trionfalista che, diceva Gianni Brera a fine anni Sessanta, ci induceva a dire “siamo andati sulla luna” con lo stesso tono di chi dicesse “abbiamo composto la Sesta sinfonia, detta Pastorale”.
Io sono contentissimo dei successi di atleti e nuotatori e riconosco con gioia che alle loro spalle fervono movimenti federali in ottima salute; temo però che l’unica ricaduta nazionale che possiamo trarne sia quanto segue. Questi successi di singoli italiani derivano da un contesto in cui l’unica esperienza condivisa da tutti noi, cioè la scuola, non mette a disposizione né infrastrutture adeguate né insegnamenti all’altezza in materia di atletica e di nuoto: si tratta, per certi versi, di trionfi ottenuti nonostante il nostro sistema dell’istruzione. Purtroppo però siamo assuefatti al luogo comune per cui, che si parli di educazione civica o di educazione stradale, di educazione affettiva o di felicità o di etimologia o di antimafia, sbuca sempre qualcuno che propone di introdurre una specifica ora di lezione a scuola. I nostri atleti e i nostri nuotatori, che hanno dato lustro alla nazione allenandosi allo stremo in pista o in vasca per conto proprio, a dispetto di palestre scolastiche fatiscenti e di piscine scolastiche inesistenti, ci dimostrano invece che se desideriamo un’Italia migliore ci vuole forse meno retorica ottimista sull’insegnamento; ci vuole magari qualche ora di lezione in meno e molto senso della responsabilità, molto impegno individuale in più.